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Stefano Cucchi: pestato, denutrito e disidratato

Quello di Stefano Cucchi, purtroppo, è uno di quei casi in cui partire dalla fine è necessario. Chiedo preventivamente scusa a tutti i carabinieri che sanno fare il loro lavoro, agli appuntati e ai generali, ma a cosa servirebbero mai le scuse (comunque obbligatorie) dell’Arma dei Carabinieri, dopo che per anni alcuni militari deviati sono stati coperti dalle menzogne di altri timorosi? Stefano tornerebbe a casa? I familiari troverebbero sollievo? La risposta è che Stefano resta in una tomba e la famiglia continuerà a soffrire: non troverà mai un motivo valido per accettare la sua morte. Non dopo che lo hanno dovuto vedere ridotto in quelle terribile condizioni. Tutto tumefatto, col corpo martoriato e offeso nella dignità. E perché si dovrebbe parlare solo di menzogne e il termine omicidio di Stato non vi piace?

Dopo anni di bugie su cui si sono articolate anni di testimonianze giurate in tribunale, uno degli imputati, il carabiniere Francesco Tedesco, confessa il pestaggio del trentenne, poi morto all’ospedale Pertini. Non solo: Tedesco chiama in causa i suoi colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, coimputati per l’omicidio preterintenzionale del povero geometra arrestato per presunto spaccio di droga il 15 ottobre 2009 e morto in ospedale dopo una terribile settimana di agonia. Era il 2009. Siamo nel nel 2018 e si celebra un nuovo processo. Nove anni di balle! Nove anni di dolore per una famiglia che lotta per la verità, per pulire la memoria di un suo caro.

‘Fu un’azione combinata, Cucchi prima iniziò a perdere l’equilibrio per il calcio di D’Alessandro poi ci fu la violenta spinta di Di Bernardo che gli fede perdere l’equilibrio provocandone una violenta caduta sul bacino. Anche la successiva botta alla testa fu violenta, ricordo di avere sentito il rumore’, ha raccontato Francesco Tedesco, che ha aggiunto: ‘Spinsi Di Bernardo, ma D’Alessandro colpì con un calcio in faccia Cucchi mentre questi era sdraiato a terra’. Sotto processo ci sono anche Roberto Mandolini, accusato di calunnia e falso, e Vincenzo Nicolardi, accusato di calunnia. Tedesco ha confermato in tribunale di essere stato presente al pestaggio, ma di non aver sferrato materialmente colpi a Cucchi. Anzi, avrebbe detto ai suoi colleghi di smettere. ‘Il mio assistito si è lanciato contro i colleghi per allontanarli da Stefano Cucchi, lo ha soccorso e lo ha poi difeso’, ha detto Eugenio Pini, difensore di Tedesco.

La fredda cronaca racconta che il 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi viene fermato dai carabinieri dopo essere stato visto cedere a Emanuele Mancini delle confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Portato immediatamente in caserma, viene perquisito e trovato in possesso di 12 confezioni di varia grandezza di hashish, per un totale di 21 grammi, tre confezioni impacchettate di cocaina (di una dose ciascuna), una pasticca di sostanza inerte, una pasticca di un medicinale (il ragazzo era epilettico). Viene decisa la custodia cautelare. In questa data Cucchi non ha alcun trauma fisico, ma pesa 43 chilogrammi per 1 metro 62 di altezza. Il giorno dopo si tiene l’udienza per la conferma del fermo in carcere.

Già durante il processo, Stefano ha difficoltà a camminare e a parlare e mostra inoltre evidenti ematomi agli occhi. Il ragazzo parla con suo padre pochi attimi prima dell’udienza ma non gli dice di essere stato picchiato. Nonostante le precarie condizioni, il giudice fissa l’udienza per il processo che si dovrà tenere un mese dopo e stabilisce inoltre che deve rimanere in custodia cautelare al carcere di Regina Coeli. Dopo l’udienza le condizioni di Cucchi peggiorano ulteriormente, e viene visitato all’ospedale Fatebenefratelli presso il quale vengono messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale).

Stefano Cucchi viene ricoverato: -6 chili

Viene quindi richiesto il ricovero che però non avviene per il mancato consenso del paziente. In carcere le sue condizioni peggiorano ulteriormente. Stefano muore all’ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre 2009: al momento del decesso, Cucchi pesa solamente 37 chilogrammi. Dopo la prima udienza i familiari cercano a più riprese di vedere, o perlomeno conoscere, le condizioni fisiche di Cucchi, senza successo. La famiglia ha notizie di Cucchi quando un ufficiale giudiziario si reca presso la loro abitazione per notificare l’autorizzazione all’autopsia.

Dopo la morte di Stefano Cucchi il personale carcerario nega di avere esercitato violenza sul giovane e vengono formulate diverse ipotesi sulla causa della morte: poteva essere morto o per le conseguenze di un supposto abuso di droga, o a causa di pregresse condizioni fisiche, o per il suo rifiuto del ricovero al Fatebenefratelli. Il sottosegretario di Stato Carlo Giovanardi dichiara che Stefano Cucchi era morto soltanto di anoressia e tossicodipendenza, asserendo altresì che il ragazzo fosse sieropositivo. Successivamente, pentito per queste false dichiarazioni, si è scusato con i familiari. Nel frattempo, per contrastare le false affermazioni sulla morte del Cucchi, la famiglia pubblica alcune foto del giovane scattate in obitorio, nelle quali sono ben visibili vari traumi contusivi e lo stato di denutrizione.

Durante le indagini circa le cause della morte, un testimone dichiara che Stefano Cucchi gli aveva detto d’essere stato picchiato. Il detenuto Marco Fabrizi chiese di essere messo in cella con Stefano (che era solo) ma questa richiesta venne negata da un agente che fece con la mano il segno delle percosse; la detenuta Annamaria Costanzo afferma che il giovane le aveva detto di essere stato picchiato, mentre Silvana Cappuccio vide personalmente gli agenti di polizia penitenziaria picchiare Cucchi con violenza.

Le indagini preliminari hanno sostenuto che a causare la morte sarebbero stati la mancata assistenza medica su una marcata ipoglicemia, in presenza di traumi diffusi pur non lesivi da averne causato il decesso. Sono stati riscontrate alterazioni della funzione epatica e una ostruzione del catetere vescicale che impediva la minzione del giovane (alla morte aveva una vescica che conteneva ben 1 400 centimetri cubi di urina, con risalita del fondo vescicale e compressione delle strutture addominali e toraciche). L’ipoglicemia marcata si sarebbe potuta scongiurare mediante la somministrazione di glucosio.

Sempre stando alle indagini, gli agenti di polizia penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici avrebbero gettato il ragazzo per terra procurandogli le lesioni toraciche, infierendo poi con calci e pugni nelle celle di sicurezza del tribunale di Roma, poco prima dell’udienza di convalida dell’arresto. Oltre agli agenti di polizia penitenziaria vennero indagati i tre medici del reparto di Medicina Protetta dell’ospedale Sandro Pertini: Aldo Fierro (primario), Stefania Corbi e Rosita Caponnetti, che non avrebbero curato il giovane lasciandolo morire di inedia. Questi si difesero sostenendo che era stato il giovane a rifiutare le cure.

925 grammi di hashish in casa della famiglia

Il 6 novembre 2009 vengono ritrovati 925 grammi di hashish e 133 grammi di cocaina in un appartamento saltuariamente occupato da Stefano Cucchi e di proprietà della sua famiglia: a comunicare l’esistenza della droga al magistrato sono gli stessi congiunti di Cucchi. Su questo fatto viene ascoltato come testimone il padre. Secondo i legali, questo comportamento è indice della volontà dei genitori di prestare la massima collaborazione agli investigatori per arrivare ad accertare le cause della morte di Stefano. Il 14 novembre 2009 la procura di Roma contesta il reato di omicidio colposo a carico dei tre medici dell’ospedale Pertini e quello di omicidio preterintenzionale ai tre agenti di polizia penitenziaria.

Il 27 novembre 2009 una commissione parlamentare d’inchiesta, indetta per far luce sugli errori sanitari nell’area detenuti dell’Ospedale Pertini di Roma, conclude che Stefano Cucchi è morto per abbandono terapeutico. Il 30 aprile 2010 la procura di Roma contesta ai medici del Pertini, a seconda delle posizioni, il favoreggiamento, l’abbandono di incapace, l’abuso d’ufficio e il falso ideologico. Agli agenti della polizia penitenziaria vengono contestati invece lesioni e abuso di autorità. Tredici in tutto sono le persone rinviate a giudizio. Decadono dunque il reato di omicidio colposo a carico dei medici e quello di omicidio preterintenzionale a carico degli agenti della penitenziaria.

Il 13 dicembre 2012, durante il processo di primo grado, i periti incaricati dalla Corte hanno stabilito che il giovane è morto a causa delle mancate cure mediche, e per grave carenza di cibo e liquidi. Hanno affermato inoltre che le lesioni riscontrate post-mortem potrebbero essere causa di un pestaggio oppure di una caduta accidentale e che ‘né vi sono elementi che facciano propendere per l’una piuttosto che per l’altra dinamica lesiva’.

Il 5 giugno 2013 la III Corte d’Assise di Roma condanna in primo grado quattro medici dell’ospedale Sandro Pertini di Roma a 1 anno e 4 mesi e il primario a 2 anni di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa), un medico a 8 mesi per falso ideologico, mentre assolve sei tra infermieri e guardie penitenziarie, i quali, secondo i giudici, non avrebbero in alcun modo contribuito alla morte di Cucchi. Per i medici, dunque, il reato di abbandono di incapace viene derubricato in omicidio colposo. Il pm aveva chiesto per questi ultimi (Aldo Fierro, Silvia Di Carlo, Stefania Corbi, Luigi De Marchis Preite, Rosita Caponetti e Flaminia Bruno) pene tra i 5 anni e mezzo e i 6 anni e 8 mesi.

Aveva inoltre sollecitato una condanna a 4 anni di reclusione per gli infermieri e a 2 anni per gli agenti penitenziari. Le accuse nei confronti di questi ultimi erano di lesioni personali e abuso di autorità. La lettura della sentenza è stata accompagnata da grida di sdegno da parte del pubblico in aula. Il 31 ottobre 2014, con sentenza della Corte d’appello di Roma, vengono assolti tutti gli imputati, fra cui i medici: a seguito di ciò il legale della famiglia Cucchi preannuncia un ricorso alla Corte di Cassazione, mentre la sorella Ilaria dichiara che avrebbe chiesto ulteriori indagini al Procuratore della Repubblica Pignatone e che avrebbe continuato le sue campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul caso.

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Revisione del processo per Stefano Cucchi

Stefano Cucchi

La morte di Stefano Cucchi fu causata anche dal pestaggio, oltre che dalle mancate cure, dalla denutrizione e dalla disidratazione.

L’incontro tra la Cucchi e Pignatone avviene il 3 novembre e, stando alle parole della donna, il procuratore si impegna a rivedere tutti gli atti dell’indagine sin dall’inizio. Lo stesso giorno, il sindacato di Polizia penitenziaria Sappe deposita una querela contro Ilaria Cucchi perché ella ‘istiga all’odio e al sospetto nei confronti dell’intera categoria di soggetti operanti nell’ambito del comparto sicurezza’. La Cassazione nell’udienza pubblica del 15 dicembre 2015, dispone il parziale annullamento della sentenza di appello, ordinando un nuovo processo per cinque dei sei medici (in particolare il primario Aldo Fierro e gli aiuti Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis e Silvia Di Carlo), dell’Ospedale Pertini, precedentemente assolti.

Secondo la sentenza, gli stati patologici di Cucchi, preesistenti e concomitanti con il politraumatismo per il quale fu ricoverato, avrebbero dovuto imporre maggiore attenzione e approfondimento da parte dei sanitari. Il 18 luglio 2016, al termine del secondo processo d’appello disposto dalla Cassazione, la Corte d’Appello di Roma assolve i cinque medici perché ‘il fatto non sussiste’. Su espressa richiesta dei familiari, nel settembre 2015 la Procura della Repubblica di Roma riapre un fascicolo d’indagine sul caso, affidandolo al sostituto procuratore Giovanni Musarò. Le indagini si rivolgono in particolare ai carabinieri presenti nelle due caserme ove è avvenuta dapprima l’identificazione, quindi la custodia in camera di sicurezza di Stefano Cucchi, tra la sera del 15 e la mattina del 16 ottobre 2009, data dell’udienza del processo per direttissima.

Il 17 gennaio 2017, alla conclusione delle indagini preliminari, viene chiesto il rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale e abuso di autorità nei confronti dei militari dell’arma Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, accusati di aver colpito Cucchi con schiaffi, pugni e calci, facendolo cadere e procurandogli lesioni divenute mortali per una successiva condotta omissiva da parte dei medici curanti, e per averlo comunque sottoposto a misure restrittive non consentite dalla legge. Tedesco, insieme con Vincenzo Nicolardi e il maresciallo Roberto Mandolini, deve altresì rispondere dell’accusa di falso e calunnia, per l’omissione nel verbale d’arresto dei nomi di Di Bernardo e D’Alessandro, e per l’accusa di aver testimoniato il falso al processo di primo grado, avendo fatto dichiarazioni che portarono all’accusa di tre agenti della polizia penitenziaria per i reati di lesioni personali e abuso di autorità nei confronti di Cucchi, nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009.

Il 24 febbraio 2017 vengono sospesi dal servizio i tre carabinieri. Il 10 luglio 2017 vengono rinviati a giudizio cinque carabinieri. Nell’udienza dell’11 ottobre 2018, è emerso che uno degli imputati, il carabiniere Francesco Tedesco, ha ammesso l’avvenuto pestaggio di Cucchi, chiamando in causa i suoi colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro. Tedesco, come risulta dal verbale di interrogatorio datato 9 luglio 2018, ha dichiarato di essere stato presente al pestaggio, ma di non avervi materialmente partecipato, avendo anzi chiesto ai suoi colleghi di smettere.

Secondo la ricostruzione presentata dal PM Giovanni Musarò, Tedesco – dopo l’accaduto – aveva già segnalato il tutto in una notazione di servizio che però risulta sparita, ragion per cui il 20 giugno 2018 il carabiniere ha presentato una denuncia in cui riferiva di quella avvenuta notazione, determinando così l’iscrizione di un procedimento contro ignoti nell’ambito del quale ha reso le suddette dichiarazioni circa il reale svolgimento dei fatti. Grazie all’attivismo della sorella Ilaria Cucchi, il caso di Stefano ha avuto una grande visibilità mediatica, risultata in un notevole impatto sull’opinione pubblica italiana, facendo tra l’altro emergere altri casi analoghi di persone morte in carcere, senza che la causa del decesso sia stata ancora accertata (26 casi nel solo 2009).

Sulla vicenda è stato realizzato da Maurizio Cartolano il documentario ‘148 Stefano mostri dell’inerzia’, sponsorizzato da Amnesty International e articolo 21, e presentato al Festival del cinema di Roma. Anche il saggio-inchiesta Malapolizia di Adriano Chiarelli dedica un’ampia analisi sulla vicenda. Nel 2018 Alessio Cremonini realizza la pellicola ‘Sulla mia pelle‘, prodotto da Cinemaundici e distribuito da Lucky Red e Netflix, selezionata come film d’apertura della sezione Orizzonti alla 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ispirata ai fatti della morte di Stefano Cucchi, interpretato da Alessandro Borghi. Al di là dell’impato del ‘caso umano’ sull’opinione pubblica, resta che Stefano era un ragazzo che voleva vivere. Non glielo hanno concesso.

Guida al bullismo: evitarlo per vivere

Di bulli, bullismo e bullizzati se ne parla sempre di più. Il grande risalto che i mezzi di comunicazione di massa danno – soprattutto a partire dall’inizio del Terzo millennio – hanno fatto sì che una sempre maggiore attenzione si sia sviluppata questo antico fenomeno. Purtroppo, ancora oggi ci sono pensieri o opinioni in materia essenzialmente errati, ma troppo spesso radicati. E non perché se ne parla poco, bensì perché non lo si contrasta adeguatamente. Quali sono le opinioni da modificare radicalmente?

Credere che sia soltanto un fenomeno facente parte della crescita, pensare che sia una semplice “ragazzata”, ritenere che si riscontri soltanto delle zone abitative più povere e arretrate, giudicare colpevole la vittima non in grado di difendersi, ritenere che il bullo sia un ragazzo insicuro e che ha problemi in famiglia e che quindi non vada punito ma aiutato. I maggiori studiosi del bullismo hanno dimostrato l’esatto opposto: i bulli sono ragazzi spavaldi e con eccesso di autostima e spesso viziati dai genitori.

Per contrastare il bullismo, è di fondamentale importanza che l’opinione pubblica riconosca la gravità degli atti di bullismo e delle loro conseguenze per il recupero sia delle piccole vittime, che nutrono una profonda sofferenza, sia dei propri prevaricatori, che corrono il rischio di intraprendere percorsi caratterizzati da devianza e delinquenza. Un po’ come per il femminicidio e altri tipi di devianze, la società deve prendere una posizione forte e smetterla di tollerare per poi stupirsi.

Cominciamo dall’inizio. Cos’è il bullismo? Gli specialisti concordano nel definirlo “una forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra l’atto in questione come bersagli facili o incapaci di difendersi”.

L’accezione si riferisce a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani. Un altro aspetto che mette d’accordo tutti è il fatto che “lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell’ambito delle forze armate”.

Bullismo come fenomeno sociale

A partire dagli anni 2000, con l’avvento di internet è andato delineandosi un altro fenomeno, ora molto diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo. Il bullismo come fenomeno sociale deviante è oggetto di studio tra gli esperti delle scienze sociali, della psicologia giuridica, clinica, dell’età evolutiva e di altre discipline affini. Non esiste una definizione univoca del bullismo per gli studiosi, sebbene ne siano state proposte diverse.

“Il termine bullismo non indica qualsiasi comportamento aggressivo o comunque gravemente scorretto nei confronti di uno o più” persone, ma precisamente “un insieme di comportamenti verbali, fisici e psicologici reiterati nel tempo, posti in essere da un individuo, o da un gruppo di individui, nei confronti di individui più deboli”, spiegano. La debolezza della vittima o delle vittime può dipendere da caratteristiche personali o socioculturali.

I comportamenti reiterati che si configurano come manifestazioni di bullismo sono vari, e vanno universalmente vanno “dall’offesa alla minaccia, dall’esclusione dal gruppo alla maldicenza, dall’appropriazione indebita di oggetti fino a picchiare o costringere la vittima a fare qualcosa contro la propria volontà”. Lo piega chiaramente il libro “Bullismo. Aspetti giuridici, teorie psicologiche e tecniche di intervento”, edito da Franco Angeli, alle pagine 13 e 14.

I primi studi sul bullismo sono stati effettuati solo a partire dalla seconda metà del Ventesimo secolo e si svolsero nei Paesi scandinavi, a partire dagli anni Settanta, e nei paesi anglosassoni, in particolare in Gran Bretagna e Australia. Uno degli studi pionieristici si deve alle indagini di Dan Olweus a seguito di una forte reazione dell’opinione pubblica norvegese dopo il suicidio di due studenti non più in grado di tollerare le ripetute offese inflitte da alcuni loro compagni. Da allora in poi il fenomeno è stato oggetto di una crescente attenzione, soprattutto da parte della cronaca giornalistica.

Secondo molti studiosi, la parola “bullo” significa “prepotente”, tuttavia la prepotenza, come alcuni autori hanno avuto modo di rilevare, è solo una componente del bullismo, che è da intendersi come un fenomeno multidimensionale. Quindi, in realtà, il bullismo si configura una devianza dalle mille sfaccettature e la prepotenza ne rappresenta una.

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Legame tra bullismo e mobbing

In Inghilterra, infatti, non esiste una definizione univoca. In Italia con il termine bullismo si indica generalmente “il fenomeno delle prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei soprattutto in ambito scolastico”. In Scandinavia, soprattutto, in Norvegia e Danimarca, per identificare il fenomeno viene correntemente utilizzato il termine “mobbing”, così come in Svezia e Finlandia, derivante dalla radice inglese “mob” che sta a significare “un gruppo di persone implicato in atti di molestie”.

Il bullismo può includere una vasta gamma di comportamenti quali violenza, attacchi e offese verbali, discriminazione, molestie, il plagio e altre coercizioni. L’allontanamento dal gruppo in particolare è favorito da una serie di metodi quali la mormorazione, il rifiuto a socializzare con la vittima, il tentativo di spaventare i suoi amici di modo che si allontanino a loro volta.

Oltre a tali metodi positivi, nel senso che sono finalizzati ad emarginare la vittima, ce ne sono altri di tipo negativo che, sotto le false spoglie di un probabile ingresso nel gruppo, nascondono il tentativo di procurare danni o discriminazioni, ad esempio sottoponendo la vittima a dei rituali o ad attività pericolose come una partita truccata di poker, una competizione in macchina ad alta velocità, l’assunzione di alcolici o di altre sostanze proibite in gran quantità…

Lo scopo è di alzare sempre più la posta in gioco in modo da far cadere la vittima in acquiescenza e di colpirla nel momento di maggiore debolezza o stanchezza. Quando meno se lo aspetta. Le vittime possono essere scelte in maniera casuale o arbitraria, specialmente nei gruppi sociali in cui la mentalità bulla può ottenere proseliti nella gerarchia del medesimo gruppo o quando i meccanismi di difesa del gruppo stesso possono essere raggirati in modo tale che non sia necessario andare a cercare le vittime al di fuori.

Riconoscere e denunciare il bullismo subito può salvare da lunghi periodi di abusi.

Psicologi e psichiatri concordano nel sostenere che “il bullismo, a differenza del vandalismo e del teppismo, si presenta come una forma di violenza antitetica a quelle rivolte contro le istituzioni e i loro simboli, docenti o strutture scolastiche: queste ultime sarebbero esogene, dove il bullismo è, invece, endogeno.

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Bullismo: come tentare di evitarlo

Inoltre è da sottolineare come quasi sempre, in particolare nei casi di ostracismo, l’intera classe di attendenti tende ad essere coinvolta nel bullismo, attivo o passivo, rivolto verso le vittime del gruppo, tramite meccanismi di consenso, più o meno consapevole, non solo nel timore di diventare nuove vittime dei bulli, o per mettersi in evidenza nei loro confronti, ma perché questi spesso riescono ad esprimere la cultura identitaria del gruppo, sia pur in negativo, attraverso la designazione della vittima quale capro espiatorio.

Generalmente, si includono sia atti di aggressione sia atti di reazione a disposizione dell’eventuale vittima, che però sono interpretati come stimolanti da parte del bullo. Il ciclo si basa essenzialmente sulla capacità di avere sempre degli stimoli che possano motivare l’aggressore a porre in essere i propri propositi deviati, a volte reiterati nel lungo termine per mesi, anni o per tutta la vita. Allo stesso tempo il ciclo può essere subito interrotto al suo nascere, o durante la sua progressione, se viene a mancare o l’atto abusivo o la risposta della vittima. “Guardatemi e temetemi”, questo vorrebbe far pensare di sé il bullo.

Il bullismo si basa su tre principi. Il primo è quello dell’intenzionalità. Il secondo è quello della persistenza nel tempo. E il terzo è quello dell’asimmetria nella relazione.Vale a dire: “Un’azione intenzionale eseguita al fine di arrecare danno alla vittima, continuata nei confronti di un particolare compagno, caratterizzata da uno squilibrio di potere tra chi compie l’azione e chi la subisce. Il bullismo, quindi, presuppone la condivisione del medesimo contesto deviante.

Esistono diversi tipi di bullismo, che si dividono principalmente in bullismo diretto e bullismo indiretto. Il bullismo diretto è caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e a sua volta può essere catalogato come in diversi modi. C’è il bullismo fisico: il bullo colpisce la vittima con colpi, calci, spintoni, sputi o la molesta sessualmente. C’è il bullismo verbale: il bullo prende in giro la vittima, dicendole frequentemente cose cattive e spiacevoli o chiamandola con nomi offensivi, sgradevoli o minacciandola, dicendo il più delle volte parolacce e scortesie.

Ma c’è anche il bullismo psicologico: il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo o mette in giro false voci sul suo conto. Senza dimenticare il cyber-bullismo o bullismo elettronico: il bullo invia messaggi molesti alla vittima tramite sms o in chat o la fotografa/filma in momenti in cui non desidera essere ripreso e poi invia le sue immagini ad altri per diffamarlo, per minacciarlo o dargli fastidio.

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Bulismo diretto e bullismo indiretto

Il bullismo indiretto è meno visibile di quello diretto, ma non meno pericoloso, e tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, escludendola e isolandola per mezzo soprattutto del bullismo psicologico e quindi con pettegolezzi e calunnie sul suo conto. Nelle azioni di bullismo vero e proprio si riscontrano quasi sempre i seguenti ruoli: bullo o istigatore (colui che fa prepotenze ai compagni), vittima (colui che più spesso subisce le prepotenze) e complice (colui che alimenta l’azione del bullo).

Una prima distinzione è in base al sesso del bullo: i bulli maschi sono maggiormente inclini al bullismo diretto, mentre le femmine a quello indiretto. I maschi in particolare, tendono maggiormente all’approccio di forza, mentre le femmine preferiscono la mormorazione. Per quanto riguarda l’età in cui si riscontra questo fenomeno, si hanno due diversi periodi. Il primo tra i 8 e i 14 anni di età, mentre il secondo tra i 14 e i 18.

Gli effetti del bullismo possono essere gravi e permanenti. Il collegamento tra bullismo e violenza ha attirato un’attenzione notevole dopo il massacro della Columbine High School nel 1999. Due ragazzi armati di fucili e mitragliatori uccisero tredici studenti e ne ferirono altri ventiquattro per poi suicidarsi. Un anno dopo un rapporto ufficiale della Cia ha messo in luce ben trentasette tentativi pianificati da altrettanti ragazzi in diverse scuole statunitensi, per i quali il bullismo aveva giocato un ruolo chiave in almeno due terzi dei casi. Questi soggetti che arrivano ad uccidere a ‘mo di commando sono definiti spree killer.

Si stima che circa il 60-80% del totale del bullismo a scuola, stia evolvendo verso forme inattese in senso stragistico e terroristico. Molti criminologi, ad esempio, si sono soffermati sull’incapacità della folla di reagire ad atti di violenza compiuti in pubblico, a causa del declino della sensibilità emotiva che può essere attribuito al bullismo. Quando, infatti, una persona veste i panni di bullo, assume anche uno status che lo rende meno sensibile al dolore, fino al punto che anche gli attendenti iniziano ad accettare la violenza come un evento socialmente conveniente.

A tal proposito l’Anti-Bullying Centre at Trinity College di Dublino è intenta ad approfondire le conseguenze del bullismo sugli aggressori stessi, sia minorenni che adulti, i quali sono più soggetti a soffrire di una serie di disturbi quali depressione, ansia, deficit di autostima, alcolismo, autolesionismo ed altre dipendenze. Durante gli anni 2000 i mass media hanno messo in luce certi casi di suicidio indotto da bullismo omofobico. Si stima che dai quindici ai venticinque giovani in Spagna ogni anno tentino il suicidio a causa del bullismo.

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Cos’è il ciclo di riattivazione del bullismo

Le violenze e il bullismo sono la piaga del terzo Millennio.

Mentre in superficie, il bullismo cronico può apparire come una semplice azione di aggressione perpetrata su vittime casuali, il ciclo di riattivazione del bullismo può essere visto come una risposta inadeguata da parte della vittima verso l’aggressore, cioè di una risposta che è vista come stimolante da parte del bullo al fine di porre in essere i propri propositi devianti.

D’altro canto, una risposta adeguata presuppone la capacità da parte della vittima di ignorare le attenzioni dell’aggressore oppure di stare al gioco nell’ambito dei processi di comunicazione fra pari. La vittima designata, comunque, deve necessariamente dimostrare in qualche modo di non essere intenzionata a continuare a subire alcuna intimidazione né altri sintomi che possano favorirne l’insorgenza.

Quei soggetti, infatti, che riescono subito a scoraggiare chiunque ad effettuare nuovi tentativi di approccio deviante, sono coloro che più di tutti riescono a sfuggire dal distruttivo ciclo abusivo. D’altro canto, coloro che reagiscono rapidamente a situazioni nelle quali si percepiscono delle vittime, tendono a diventare più frequentemente delle potenziali vittime del bullismo. Il bullismo nei confronti di queste persone si caratterizza per comportamenti, specialmente di tipo verbale e denigratorio, specialmente in ambienti dominati da stereotipi e pregiudizi nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

A causa della propria condizione, molti atti di bullismo compiuti su questo tipo di persone sono spesso confusi con i crimini d’odio. A peggiorare la situazione, interviene la difficoltà da parte loro di esprimersi al meglio in modo da attivare i dovuti interventi e qualche volta i professori agevolano gli atti di bullismo facendo finta di niente.

Spiace doverlo dire, perché è una grave sconfitta per il sistema scolastico, ma a scuola, il bullismo si verifica non solo in classe ma in tutti gli ambienti che permettono le relazioni tra pari quali palestre, bagni, scuola bus, laboratori o all’esterno. In tali casi si pongono in essere dei comportamenti devianti tesi ad isolare un compagno e guadagnare il rispetto degli attendenti che, in tal modo, eviteranno di diventare a loro volta delle vittime designate.

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Isolamento, violenza fisica e morale

In molte scuole si stanno predisponendo dei codici di condotta anche per gli insegnanti. Per contrastare il fenomeno si può ricorrere a sospensioni, pagelle e respingimenti, o anche castighi corporali che spesso però non fanno altro che peggiorare il fenomeno. Queste soluzioni, infatti, non considerano il dialogo che il docente potrebbe instaurare con lo studente.

In alcuni casi sono gli stessi insegnanti che, per svariate quanto deprecabili ragioni, ridicolizzando o umilando un alunno (per i suoi risultati o per caratteristiche personali) davanti ai propri compagni, invitano questi ultimi, esplicitamente o implicitamente, a prenderlo o a prenderla di mira, innescando la spirale di isolamento e di violenza fisica e morale tipica del bullismo. Il fenomeno si riscontra anche nelle università che negli enti di ricerca dove sono più frequenti i rapporti tra docenti e propri assistenti, sia intesi come ricercatori che dottorandi.

Le statistiche mostrano che il bullismo è più frequente sul posto di lavoro e che, mentre un impiegato su diecimila diventa una vittima di mobbing, uno su sei subisce atti di bullismo, molti dei quali non sono necessariamente illegali, nel senso che non sono previste dalla policy organizzativa del datore di lavoro. Un’altra fattispecie sono le molestie sessuali che colpiscono soprattutto le donne, in tal senso gli studi presentano delle lacune sui danni subiti dai maschi.

Il cyberbullismo è una forma di bullismo è molto diffusa ma non sempre rilevata a causa dell’anonimato con cui agiscono gli aggressori magari tramite l’uso di email, forum asincronici, siti web, social network. Un altro ambiente conosciuto per le proprie pratiche coercitive è l’istituto penitenziario. Ciò è inevitabile quando molti dei detenuti sono stati a loro volta bulli prima di finire in carcere ed ora si ritrovano a subire le medesime angherie da altri detenuti o, magari, dal personale di polizia penitenziaria.

Nel caso delle forze armate, il fenomeno è molto diffuso, soprattutto nel caso di eserciti formati da coscritti, grazie al ricorso al servizio militare obbligatorio. I soldati accettano il rischio di perdere la propria vita, nella prospettiva di un miglioramento in carriera quando potranno a loro volta formulare ordini nei confronti di nuove reclute, sia di genere maschile che femminile. In quest’ultimo caso però gli interessi personali sembrano prevalere rispetto a quelli prettamente pratici, nonostante il ruolo del militare in carriera attualmente sia molto meno impegnativo che nel passato.

I figli? Inscatoliamoli per sempre

Quando Beppe Grillo dice che siamo morti e non ce ne accorgiamo ha ragione. Non siamo più capaci di indignarci, di scandalizzarci, di solidarizzare disinteressatamente. A Grosseto, un’intera famiglia si è autosegregata in un appartamento per non avere contatti con l’esterno vivendo in condizioni igieniche terribili. In città lo sapevano in tanti, ma nessuno ha mai detto nulla alle autorità. Sappiamo che nel mondo ci sono tanti giovani con la sindrome di hikikomori, un termine giapponese che si riferisce a coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, e facciamo finta di non capire.

Di limitarci a pensare che sia un problema giapponese, come se i nostri figli, figli di quell’Italia mai divenuta Belpaese, avessero davanti prospettive migliori dei ragazzi dagli occhi a mandorla. Per anni, nella città laziale, amici e parenti hanno finto di non sapere che ci sono persone ossessionate da livelli di paranoia irreparabili. Anche le donne, soprattutto le madri. Iniziano ad allontanare chiunque possa prendersi cura dei figli perché solo loro immaginano di essere in grado di farli sopravvivere.

Temono che il mondo esterno sia pieno di pericoli e c’è chi al massimo accompagna i figli in chiesa, affidandoli a preti che non sempre sono mostri di virtù, o c’è chi, addirittura, nasconde i figli in casa, li tiene segregati, impedisce loro di vedere la luce del sole. Se questa cosa la fa un uomo leggerete fiumi di inchiostro a descrivere la mostruosità di quest’ultimo, la sua morbosa mania di controllo, lo stato mentale compromesso e se questo accade ai danni di figlie femmine diventa una privazione insostenibile per la sensibilità sociale.

Quando, invece, si legge di una madre che teneva segregata in casa la figlia disabile, quasi alla fame, in mezzo alla sporcizia. Quando la madre ha realizzato trincee entro le quali i figli sarebbero stati costretti a immaginare che là fuori esiste un mondo fatto solo di pericoli, a momenti a quella madre danno una medaglia. Perché la madre è protettiva, come se un uomo invece non lo fosse. La madre “sente”, “percepisce”, ha “capacità extrasensoriali” di non poco conto. Una madre apprensiva non viene considerata un pericolo. Quasi nessuno si interroga sul fatto che una donna del genere, a furia di costruire mostri esterni, non fa altro che sottrarre a quei figli ogni possibilità di vivere e respirare al meglio delle sue possibilità.

Noi italiani siamo bravissima a inventare parole per banalizzare problemi gravi: la chiamiamo “mammosità”. Si stabilisce che se una mamma racconta ai figli di fantasmi, orribili persone che vivono all’esterno, fatti isolati ingigantiti o inventati, tutto ciò non costituirebbe un trauma per i figli. Ma sì, in fondo glielo racconta la mamma. In genere si comincia con una donna che proietta sui figli le proprie paure. Li veste con tessuti pesanti perché lei sente freddo. Li nutre troppo perché lei ha fame. Immagina di proteggerli da emozioni e sentimenti che a lei fanno molta paura. Non c’è peggiore prigione che la paura di una persona.

PROMEMORIA > Le mie opinioni sono raccolte negli editoriali

Se tua madre è così sei capitata proprio male e il consiglio è quello di fuggire. Fuggire molto lontano. Come hanno fatto in tanti. Come hanno fatto tutti quelli che si sono salvati. Quando leggete un articolo che parla di una donna che ha rinchiuso i figli per trentatré anni. Li ha privati di una vita, ha impedito loro di scegliere, ha plasmato le loro menti e ne ha fatto quel che voleva, ha reso la casa un inferno, temendo perfino di poggiare i piedi sul pavimento. Usciva solo lei con fare circospetto. Come fate a non domandarvi: com’è possibile che la gente non si sia accorta di niente?

Come hanno fatto per trentatré anni a non chiederle come stessero i figli? Come si può considerare una persona che fa questo tipo di scelta? Preoccupata? Molto preoccupata? Giochiamo il jolly della pazzia o stabiliamo che questa donna ha protratto per anni uno schema violentissimo privando i figli di tutto, a cominciare dalla vista? Domando: questa è violenza oppure no? E contemporaneamente torno a chiedere: quelle famiglie che permettono ai figli di convivere, anche in Italia, con la sindrome di hikikomori e di avere solo amicizie online sono da considerarsi normali? Fate un po’ voi…