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Vitamina D: come assumerla con le nuove linee guida

Negli ultimi anni, il consumo di vitamina D in Italia è notevolmente aumentato. La spesa è cresciuta dai 24 milioni di euro del 2006 a oltre 208 milioni nel 2016. Nel 2016, il colecalciferolo, che rappresentava l’88% dell’utilizzo di vitamina D, era al 6° posto tra i principi attivi a maggiore spesa, mentre era al 63° posto nel 2012 (5). Lo scopo di questo lavoro è confrontare le raccomandazioni di diverse linee guida relativamente ai livelli sierici ottimali di vitamina D e alle indicazioni per la supplementazione.

La vitamina D: cos’è? Come assumerla? Cosa dicono le nuove linee guida? Si tratta un pro-ormone che interviene sul metabolismo del calcio a livello ematico e osseo (in questo altro articolo se ne parla come integratore). Livelli insufficienti contribuiscono all’insorgenza di osteoporosi attraverso un ridotto assorbimento di calcio, iperparatiroidismo secondario e un bilancio del metabolismo osseo a favore del riassorbimento. Diverse istituzioni scientifiche, in Italia e all’estero, propongono livelli di vitamina D differenti per la condizione di carenza e/o insufficienza.

Data l’importanza crescente della patologia osteoporotica, la supplementazione routinaria con vitamina D a livello di popolazione, se efficace, rappresenterebbe un approccio più efficiente alla prevenzione delle fratture, rispetto all’esecuzione preventiva di analisi di laboratorio, tecniche di imaging, e valutazioni alimentari. Tuttavia, resta da chiarire il rapporto rischio-beneficio di tale scelta (2); si accumulano evidenze sulla correlazione tra terapia con vitamina D e calcolosi renale (2, 3), mentre non è chiara l’efficacia della somministrazione nella prevenzione primaria dell’osteoporosi, delle fratture patologiche e delle cadute (2, 4).

Negli ultimi anni, il consumo di vitamina D in Italia è notevolmente aumentato. La spesa è cresciuta dai 24 milioni di euro del 2006 a oltre 208 milioni nel 2016. Nel 2016, il colecalciferolo, che rappresentava l’88% dell’utilizzo di vitamina D, era al 6° posto tra i principi attivi a maggiore spesa, mentre era al 63° posto nel 2012 (5). Lo scopo di questo lavoro è confrontare le raccomandazioni di diverse linee guida relativamente ai livelli sierici ottimali di vitamina D e alle indicazioni per la supplementazione.

Materiali e metodi per la ricerca

È stata effettuata una revisione delle linee guida e delle raccomandazioni a livello nazionale e internazionale, per valutare l’appropriatezza dell’aumento del consumo di vitamina D nella popolazione italiana rispetto alle evidenze disponibili. Nella selezione delle istituzioni che hanno fornito raccomandazioni ci siamo concentrati sulle tre (National Academy of Medicine – NAM, Scientific Advisory Committee on Nutrition – SACN e US Preventive Services Task Force – USPSTF) che hanno condotto le principali revisioni della letteratura sull’argomento, insieme alla principale società scientifica che in Italia fornisce raccomandazioni in questo ambito (Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro – SIOMMMS).

Sono, inoltre, state incluse le due società scientifiche più frequentemente citate nel documento della USPSTF (Endocrine Society – ES, American Geriatric Society – AGS) (2). Per ogni documento di interesse ritrovato sono state raccolte informazioni sull’interpretazione dei livelli sierici di vitamina D, sulle dosi consigliate per la prevenzione dell’osteoporosi in base al riscontro dei livelli sierici osservati, sulla dose giornaliera raccomandata (DGR). Le evidenze presentate dagli studi a sostegno e contro le raccomandazioni sono state analizzate e discusse (Appendice).

Risultati ottenuti con la vitamina D

Le società scientifiche SIOMMMS, ES e AGS definiscono ottimali i livelli sierici di vitamina D ≥30ng/mL, ritenendo valori inferiori condizioni di carenza/insufficienza (Tabella 1). Suggeriscono, inoltre, l’assunzione a scopo preventivo di vitamina D in alcune fasce di popolazione, anziani e donne in post-menopausa, indipendentemente dalle condizioni cliniche e dalla conoscenza dei livelli sierici. Nel caso di carenza, raccomandano una dose terapeutica “di attacco” di 400.000- 600.000 unità internazionali (UI) da somministrare nell’arco di 8 settimane, seguita da una dose di mantenimento tra le 1.000 e le 4.000 UI giornaliere (Tabella 2).

Al contrario, la soglia indicata dalla statunitense NAM e dalla britannica National Osteoporosis Society (NOS) per definire la sicura carenza è stata posta al di sotto dei 10ng/mL, mentre al di sotto dei 20ng/mL si identifica un “rischio di inadeguatezza”. La diversità di vedute si riflette sulle dosi consigliate per la supplementazione di vitamina D: la NOS fa riferimento a una dose di mantenimento, e solo nei casi in cui sia riscontrata una carenza, mentre NAM e SACN propongono solo delle DGR, comunque mai superiori a 800 UI. Infine, riguardo i limiti di tollerabilità nell’adulto, mentre la NAM impone come limite di sicurezza le 4.000 UI/die, altre società scientifiche, tra cui la SIOMMMS e l’ES, propongono limiti di sicurezza più elevati, fino al 10.000 UI/die.

Discussione sulle nuove linee guida

La NAM riporta che, in studi passati, 11ng/mL e 12ng/mL erano ritenuti valori sufficienti rispettivamente nelle fasce di età 0-18 e 19-50 anni: dagli studi osservazionali si riscontrava infatti un’associazione tra rachitismo e livelli di vitamina D <10ng/mL, e tra osteomalacia e valori <6ng/mL. Nella letteratura recente, invece, si presuppone un’insufficienza per valori inferiori a 20ng/mL e fino a 50ng/mL. In base a questi limiti, un’ampia parte della popolazione avrebbe livelli insufficienti. La definizione di insufficienza sembra derivare da indicatori indiretti (livelli di paratormone circolante, assorbimento intestinale, ecc.) piuttosto che da studi epidemiologici. Non c’è però sufficiente evidenza per tali definizioni: i livelli ematici di vitamina D spesso non sono significativamente associati al rischio di cadute, alla performance fisica né al rischio di fratture, e manca un’evidenza scientifica solida per l’imposizione di soglie oltre i 12ng/mL per la definizione di carenza (6).

I dietary reference intake (DRI), stabiliti dalla NAM, erano già una soglia di “sicurezza”, rispetto a una stima della distribuzione mediana del fabbisogno più bassa (400 UI fino a 70 anni, 600 UI oltre). Allo stesso modo, la concentrazione sierica di 20ng/mL era da intendere, al pari della DGR, come un valore stabilito per garantire la sufficienza nel 97,5% della popolazione, laddove le soglie di fabbisogno mediano e di carenza erano invece da considerare rispettivamente 16ng/mL e 11ng/ mL.

La soglia di 20ng/mL, intesa come concentrazione minima per scongiurare il danno da carenza di vitamina D nel singolo paziente, nasce dunque da un’interpretazione erronea di tali valori. Pertanto, la somministrazione di vitamina D a livello di popolazione, tramite supplementi o alimenti fortificati, allo scopo di raggiungere nel 97,5% dei soggetti un valore superiore a 20ng/mL, potrebbe portare al superamento del livello massimo di tollerabilità stabilito dalla NAM stessa, e stimato pari a 50ng/mL (6). Imporre come soglia di sicurezza i 30ng/mL per garantire una normale omeostasi minerale e scheletrica vorrebbe dire considerare come sufficienti valori quasi doppi di quelli mediani e amplificherebbe quanto già detto riguardo a una soglia di 20ng/mL. In due studi epidemiologici condotti in Italia (uno su una popolazione di adolescenti, uno su una popolazione di donne in gravidanza) si è evidenziato come quasi il 90% del campione presentasse livelli inferiori a 30ng/ mL, presentando allo stesso tempo buone condizioni cliniche (7, 8).

La NAM nel 2011 aveva stabilito come DGR per la vitamina D 600 UI/die nell’adulto e 800 UI/die nell’anziano. Negli anni successivi, alcuni studi hanno evidenziato come la supplementazione con 600-800 UI di colecalciferolo non sia sufficiente a raggiungere i 20ng/mL (6), e ancor meno i 30ng/mL (1). Allo stesso tempo, la supplementazione con 400 UI nelle donne in post-menopausa (2), come quella con meno di 800 UI nell’anziano (4), non sembrerebbero efficaci nella prevenzione primaria delle fratture. Riguardo la possibilità, sempre per la prevenzione primaria, di una terapia a dosaggi più alti, la USPSTF si limita a dire che le evidenze sono insufficienti a esprimere un parere.

Le evidenze disponibili mostrerebbero comunque una scarsa o nulla efficacia sia nei confronti degli outcome clinici (fratture totali, fratture vertebrali, ecc.), sia di indicatori indiretti di efficacia, come densità ossea e assorbimento di calcio) (1, 2, 4). Inoltre, dosaggi bassi sono correlati con la comparsa di effetti avversi, come la calcolosi renale o l’ipercalcemia (2). Tuttavia, sebbene riviste al ribasso (nel 2011, ad esempio, la SIOMMMS proponeva fino a 1.000.000 di UI come dose terapeutica “di attacco” nei casi di carenza), le dosi consigliate da alcune società scientifiche restano sensibilmente più elevate rispetto a quanto proposto da altre istituzioni.

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Conclusioni sulla vitamina D

Si stima che circa il 90% del fabbisogno di vitamina D si ottenga per sintesi a livello cutaneo grazie all’esposizione solare. Nell’impossibilità di consigliare una “dose” di esposizione solare sicura e al tempo stesso sufficiente a coprire il fabbisogno annuale, dato l’enorme numero di variabili in gioco (orario di esposizione, colore della pelle, superficie esposta, creme solari, stagione, ecc.), i principali organismi, tra cui NAM e SACN, hanno elaborato il fabbisogno di vitamina D in condizioni di esposizione solare minima. Nella vita reale, la maggior parte della popolazione si espone al sole per periodi adeguati a garantire livelli sierici sufficienti. Brevi sessioni estive di esposizione (~15 minuti 3 volte a settimana), anche delle sole aree del corpo solitamente scoperte (braccia, testa, collo), sarebbero sufficienti ad assicurare livelli sierici ≥20ng/mL in Paesi alle latitudini del Regno Unito (9).

Laddove i livelli di vitamina D circolante configurino una reale carenza, in pazienti con osteoporosi documentata o con pregresse fratture patologiche e in particolari gruppi a rischio, come gli anziani istituzionalizzati, dovrebbe permanere l’indicazione per la somministrazione del pro-ormone. Invece, l’introduzione di uno screening universale per stabilire i livelli di vitamina D circolante potrebbe portare al sovra-trattamento della popolazione sana, e non è quindi raccomandato. L’innalzamento dei valori sierici ottimali di vitamina D appare ingiustificato e potrebbe esporre senza beneficio una parte rilevante della popolazione alla supplementazione di vitamina D, con potenziali rischi individuali e aumento della spesa associati.

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Come mantenere forte il nostro sistema immunitario

Stretching e yoga fanno circolare il sangue nei muscoli, nelle articolazioni, e nelle altre parti del corpo, portando loro molti più nutrienti, ossigeno, cellule staminali e tutti i benefici apportati dall’irrorazione sanguigna. Anche l’inversione del corpo a testa in giù è molto benefica per il cervello, facendo che il sangue fluisca direttamente nella nostra testa (se non si soffre di pressione alta, altrimenti è sconsigliato).

Il nuovo coronavirus allarma e fa paura, perché non sembra esserci un rimedio o un vaccino, al momento. Quindi, diventa ancor più di fondamentale importanza rimanere in salute, mantenere forte il sistema immunitario e diminuire il più possibile la possibilità di essere aggrediti da virosi incluso il Covid-19.

Quando siamo in buona salute, il nostro sistema immunitario è forte e non ci ammaliamo quasi mai. Si è scritto tanto sul nuovo coronavirus e molto c’è da scrivere: cos’è e come si trasmette, o i suoi sintomi. Ma non in questo articolo, in cui invece parliamo di come usare al meglio le medicine naturali, gli alimenti e le altre pratiche naturali che si possono adottare regolarmente per rimanere nella migliore salute e forma possibile, allo scopo di renderci il più possibile immuni a virus e ad altri agenti patogeni.

Per stare bene c’è bisogno di ossigeno, inutile girarci intorno. Dobbiamo far fluire molto ossigeno attraverso il nostro corpo. Bisogna respirare profondamente, aria fresca, sempre, quando possibile, far scorrere l’ossigeno nel sangue. Anche lo stretching o lo yoga sono molto di aiuto e si rivelano amici della nostra salute, per il nostro aspetto e per la flessibilità ossea e muscolare.

Stretching e yoga fanno circolare il sangue nei muscoli, nelle articolazioni, e nelle altre parti del corpo, portando loro molti più nutrienti, ossigeno, cellule staminali e tutti i benefici apportati dall’irrorazione sanguigna. Anche l’inversione del corpo a testa in giù è molto benefica per il cervello, facendo che il sangue fluisca direttamente nella nostra testa (se non si soffre di pressione alta, altrimenti è sconsigliato).

L’alimentazione

L’altro aspetto dell’essere sano è l’alimentazione. Bisogna mangiare bene, non tanto. Mangiare cibi nutrizionalmente densi, puliti, naturali e aggiungere anche integratori ed erbe naturali. Frutta e verdura biologica, fresca, locale, frullati, cereali, legumi, noci e semi germogliati, tofu, uova biologiche del contadino, grassi buoni come quello dell’avocado, olio extravergine di oliva, olio di cocco, olio di semi di chia…

Cibi e bevande fermentate, come kimchi, crauti, kefir d’acqua, kombucha e yogurt fatti in casa, superfoods verdi come spirulina, clorella, moringa, succhi di erba di grano o in polvere, proteine in polvere di alta qualità, come proteine della canapa, piselli, riso e ovviamente bere acqua purificata e strutturata di alta qualità.

Erbe e radici

Ci sono anche erbe e radici che aiutano a combattere e a prevenire le infezioni virali e che possono aiutare il tuo sistema immunitario a rimanere forte. Si va dagli alimenti-medicinali facilmente reperibili come aglio crudo, zenzero, cipolle, pepe di cayenna, agli estratti di foglie di olivo, che ha quattro volte più antiossidanti del tè verde, ed è stato dimostrato più volte in molti studi diversi di essere un antivirale molto potente, antibatterico e antifungicida. Può avere anche un effetto significativo nell’abbassare la pressione sanguigna che potrebbe non essere gradito a tutti.

Oli essenziali

Si può fare uso di oli essenziali come l’origano, chiodi di garofano, menta, eucalipto, timo, e tanti altri, che sono dimostrati in molti studi di essere dei potenti antivirali. Molti oli essenziali possono essere assunti anche internamente, ma solo una o poche gocce, e a proprio rischio – magari consultando prima un medico o un fitoterapeuta. Si possono anche inalare gli oli essenziali attraverso un diffusore di aromi, o semplicemente mettere alcune gocce in acqua calda e inalare i vapori.

Vitamine

È stato dimostrato che le alte dosi di vitamina C sono molto antivirali. La vitamina C naturale è molto più raccomandata, poiché ha il suo equilibrio naturale di tutti i composti attivi che agiscono sinergicamente e non acidifica il corpo. Si possono assumere dosi molto elevate, anche un grammo di vitamina C più volte al giorno. Allo stesso tempo è necessario bere molti liquidi.

Minerali

Zinco, selenio e iodio sono anche noti per essere molto importanti per un sistema immunitario sano, così come il magnesio e il calcio, e la giusta quantità di sale e potassio. È consigliato anche bere un po’ di acqua di cocco per un’integrazione perfetta di minerali elettroliti, caricata con potassio, calcio e magnesio.

Possono risultare utili i multi vitaminici naturali, a causa della scarsità di modi e metodi moderni di coltivazione e dell’esaurimento delle sostanze nutritive del suolo. È comunque consigliato assumerli per coprire tutti i micronutrienti di base, vitamine e minerali. Potrete stare bene anche senza, ma probabilmente starete ancora meglio usandoli.

Fungli medicinali

Molto noti per migliorare le capacità del sistema immunitario sono anche i funghi medicinali, come il reishi, il chaga, il cordyceps, la criniera di leone e altri. Essi contengono molti polisaccaridi che sono come elementi costitutivi del funzionamento delle cellule del nostro sistema immunitario. In più ci danno energia, disintossicano, purificano il sangue, sono antitumorali, regolano lo zucchero sanguinio, migliorano le condizioni cardiovascolari, e altro.

Digiuno e sonno

Anche il digiuno, o il digiuno intermittente sono benefici. Non c’è bisogno di mangiare tutto il tempo. Stimolerete il vostro sistema immunitario e l’autofagia, quando sarete nel vostro stato di digiuno. E ha molti più benefici curativi. Disintossica, dà al corpo e all’apparato digerente una pausa, usa l’energia per guarire e riposare. Una buona regola è bere liquidi per tutto il giorno, e mangiare un solo pasto soddisfacente alla sera, una volta alla settimana.

Dormire abbastanza e bene, è anche molto importante per mantenere alta la nostra immunità, per disintossicarsi e rigenerarsi, crescere e molto altro ancora.

Sauna e attività fisica

La sauna, è molto benefica per il sistema immunitario, per disintossicarsi e per sentirsi bene in generale. Alcuni studi hanno denotato come le persone che vanno in sauna hanno il 40% in meno di mortalità per qualsiasi causa. In questi tempi di Coronavirus può essere difficile trovare un modo di andare in sauna, ma se ne avete la possibilità, sfruttatela bene.

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Attività fisica: è consigliatissimo e super benefico accelerare il battito del cuore considerevolmente almeno alcune volte la settimana, preferibilmente ogni giorno. È uno dei fattori fondamentali per mantenere il sistema immunitario in forma. Darà modo al corpo di far circolare il sangue tanto di più, creare endorfine e anandamida per farci sentire felici, stimola la produzione degli ormoni di crescita e ringiovanimento…

Si può scegliere qualsiasi attività fisica, dal correre, andare in bici o nuotare, al sollevamento dei pesi e altre attività più intense che stimoleranno la crescita dei muscoli, seppure in spazi chiusi o su un balcone. E alla fine, un piccolo consiglio per esporsi meno alle virosi: applicare un po’ di olio essenziale intorno alle narici quando si va in luoghi pubblici, oltre ad adottare sistemi di protezione personali che già si conoscono, come per esempio l’uso di mascherine e l’igiene delle mani.

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La Vitamina D è ottima per le ossa, il cuore e tutto il resto

Gli studi strutturali hanno permesso di identificare le due forme della vitamina D e che l’ergocalciferolo viene formato quando i raggi ultravioletti colpiscono la sua forma provitaminica di origine vegetale, l’ergosterolo, mentre il colecalciferolo si produce, come detto precedentemente, dall’irradiazione del 7-deidrocolesterolo. L’assorbimento della vitamina D segue gli analoghi processi cui le altre vitamine liposolubili sono sottoposte.

La cosiddetta vitamina D – un gruppo composto dalle vitamine D1, D2, D3, D4 e D5 – è necessaria alle ossa e al cuore. Ma non solo. Cominciamo col dire che la vitamina D si trova in molte fonti alimentari come pesce, uova, alcuni latti addizionati e olio di fegato di merluzzo. Anche il sole contribuisce significativamente alla produzione giornaliera di vitamina D e, appena 10 minuti di esposizione, si pensa siano sufficienti a prevenirne la carenza.

Il termine vitamina D si riferisce a differenti forme di questa vitamina e due di esse sono importanti nell’uomo: ergocalciferolo (vitamina D2) e colecalciferolo (vitamina D3). La vitamina D2 è sintetizzata dalle piante, la vitamina D3 è sintetizzata dall’uomo nella pelle, quando è esposta ai raggi ultravioletti B della luce solare. Alcuni alimenti possono essere arricchiti con vitamina D2 o D3. La principale funzione della vitamina D è quella di mantenere normali i livelli di calcio e fosforo nel sangue e favorire l’assorbimento del calcio contribuendo a formare e mantenere le ossa forti.

Gli studi strutturali hanno permesso di identificare le due forme della vitamina D e che l’ergocalciferolo viene formato quando i raggi ultravioletti colpiscono la sua forma provitaminica di origine vegetale, l’ergosterolo, mentre il colecalciferolo si produce, come detto precedentemente, dall’irradiazione del 7-deidrocolesterolo. L’assorbimento della vitamina D segue gli analoghi processi cui le altre vitamine liposolubili sono sottoposte.

Essa, infatti, viene inglobata nelle micelle formate dall’incontro dei lipidi idrolizzati con la bile, entra nell’epitelio intestinale dove viene incorporato nei chilomicroni i quali entrano nella circolazione linfatica. In vari tessuti il colecalciferolo subisce una reazione di idrossilazione con formazione di 25-idrossicolecalciferolo, il quale passa nella circolazione generale e si lega ad una proteina trasportatrice specifica (proteina legante la vitamina D, DBP). Arrivato nel rene, il 25 (OH)D può subire due diverse reazioni di idrossilazione, catalizzate da differenti idrossilasi, che danno origine, rispettivamente, all’1,25-diidrossicolecalciferolo (calcitriolo), la componente attiva, ed al 24,25-diidrossicolecalciferolo, una forma inattiva.

Oltre ad essere assorbita dagli alimenti, la vitamina D viene prodotta a livello della cute. Mediante questo meccanismo viene prodotta esclusivamente vitamina D3 (colecalciferolo) e non D2 (ergocalciferolo), di produzione esclusivamente vegetale ed assumibile dall’uomo, invece, solo per via alimentare. I raggi ultravioletti favoriscono la conversione del 7-deidrocolesterolo che può dare origine al colecalciferolo ma anche a due prodotti inattivi: il lumisterolo ed il tachisterolo. La quantità di D3 e D2 prodotti dipende dalle radiazioni ultraviolette (sono più efficaci quelle comprese tra 290 e 315 nm), dalla superficie cutanea esposta, dal suo spessore e pigmentazione e dalla durata della permanenza alla luce. Nei mesi estivi la sovrapproduzione di vitamina D ne consente l’accumulo, così che la si possa avere a disposizione anche durante il periodo invernale.

La vitamina D può aiutare aiuta anche i reni

La vitamina D favorisce il riassorbimento di calcio a livello renale, l’assorbimento intestinale di fosforo e calcio ed i processi di mineralizzazione dell’osso ed anche di differenziazione di alcune linee cellulari e in alcune funzioni neuromuscolari (anche se questi due ultimi punti devono ancora essere chiariti). Il funzionamento dell’1,25(OH)D è alquanto anomalo per una vitamina in quanto agisce secondo le caratteristiche proprie degli ormoni steroidei: entra nella cellula e si va a legare ad un recettore nucleare che va a stimolare la produzione di varie proteine, specie trasportatori del calcio.

La regolazione dei livelli di calcio e fosforo nell’organismo avviene insieme all’azione di due importanti ormoni: la calcitonina ed il paratormone. La calcitonina ha azioni opposte a quelle della vitamina D, favorendo l’eliminazione urinaria e la deposizione di calcio nelle ossa. Ciò si traduce in una diminuzione dei livelli plasmatici di calcio. Il paratormone, invece, inibisce il riassorbimento renale dei fosfati, aumenta quello del calcio e stimola il rene a produrre 1,25(OH) D. A livello dell’osso, esso promuove il rilascio di calcio.

La produzione di questi ormoni e di vitamina D è strettamente dipendente dalla concentrazione plasmatica di calcio: una condizione di ipocalcemia stimola la produzione di paratormone e di 1,25(OH)D. Un aumento del calcio plasmatico, invece, favorisce la sintesi di calcitonina. Il delicato equilibrio che si viene a creare determina una buona regolazione dei processi di mineralizzazione. Sembra, infine, che la vitamina D possa promuovere la differenziazione dei cheratinociti dell’epidermide e degli osteoclasti ossei e, forse, detiene anche un’azione antiproliferativa.

Recentemente, la ricerca ha rivelato che la vitamina D possa fornire una protezione dall’osteoporosi, dall’ipertensione, dal cancro e da diverse malattie autoimmuni, tra cui la psoriasi e l’artrite reumatoide. Tra l’altro ho diversi amici che la usano per curare queste ultime due terribili malattie e loro stessi confermano un continuo progredire della guarigione. E’ certo che la vitamina D cura l’ipofosfatemia familiare, l’ipofosfatemia correlata alla sindrome di Fanconi, l’iperparatiroidismo dovuto a bassi livelli di vitamina D, l’ipocalcemia dovuta a ipoparatiroidismo, l’osteomalacia (rachitismo degli adulti), la psoriasi e il rachitismo.

Aiuta molto anche nei casi di debolezza e dolore muscolare, osteoporosi e osteodistrofia. Tra le proprietà ipotizzate ce ne sono diverse, tra cui quella dell’osteoporosi corticosteroidi-indotta, quella dell’osteomalacia anticonvulsivante-indotta, quella prevenzione del cancro al seno e del cancro in genere, della prevenzione del diabete, della prevenzione delle cadute, quella dell’osteodistrofia epatica, quella della regolazione dell’alta pressione del sangue, o dell’ipertrigliceridemia e dell’immunomodulazione.

E ancora, gioca un ruolo nella riduzione della mortalità, contrasta la sclerosi multipla, la sindrome mielodisplastica, l’osteogenesi imperfetta, l’osteoporosi (pazienti con fibrosi cistica), la miopatia prossimale, il disturbo affettivo stagionale, le verruche senili, i disordini della pigmentazione cutanea (lesioni pigmentate), aiuta i denti (la perdita di materiale osseo dal dente è correlata alla perdita di osso in siti non orali), regola l’aumento di peso in post-menopausa. In particolar modo, è consigliata per il trattamento del cancro alla prostata: c’è un’evidenza preliminare basata su studi di laboratorio e sull’uomo che alte dosi di vitamina D possono essere utili nel trattamento del tumore alla prostata.

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Il Cuore e le ossa sono in pericolo senza questa vitamina

Anche il cuore è in pericolo con poca vitamina D in circolazione. Nelle persone che presentano una carenza di questa vitamina il rischio di infarto e insufficienza cardiaca acuta è maggiore, ma non solo. Poca vitamina D è associata anche a un’evoluzione più sfavorevole della patologia nelle persone colpite da infarto. Sono i risultati di uno studio pubblicato sulla rivista Medicine da un team di ricercatori del Centro cardiologico Monzino.

I dati presi in esame riguardano ottocentoquattordici pazienti colpiti da infarto. Da questi dati è emerso come 8 persone su 10 presentassero una carenza parziale o totale di vitamina D. Questo deficit si traduce in un maggior rischio di complicanze cliniche da sindrome coronarica acuta e di mortalità a un anno di distanza dal ricovero. La vitamina D si è guadagnata l’attenzione della comunità scientifica in relazione alla salute cardiovascolare.

Uno studio del 2007 sulla rivista Circulation ha dimostrato come il deficit di vitamina D fosse associato all’incidenza di malattie cardiovascolari. In particolare gli individui deficitari avevano il 62% di maggior incidenza di eventi cardiovascolari avversi come infarto, insufficienza coronarica e scompenso cardiaco. Diversi studi hanno cercato di approfondire l’associazione tra deficit di vitamina D e alcuni fattori di rischio di malattie cardiovascolari come ad esempio l’ipertensione.

In ogni caso, è bene ricordare che se evitate il sole, o soffrite di allergia o intolleranza al latte, oppure seguite una dieta vegana troppo rigorosa potreste essere a rischio di carenza di vitamina D. E questo potrebbe esporre la vostra salute a gravi rischi. A proposito di dosaggi: quelli consigliati dalla cosiddetta medicina ufficiale, a me appaiono insufficienti per i ritmi della vita contemporanea, per la qualità dei cibi mangiati e per tutta un’altra serie di valide ragioni. Ma io, su me stesso, sono libero di fare ciò che voglio e di assumere a mesi alterni tranquillamente 5000 ui, ma anche 10.000 ui.

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Ortica: il più potente integratore alimentare del mondo

L’estratto metanolico di ortica è generalmente ben tollerato. Sono stati riferiti rarissimi casi di effetti collaterali come iperidrosi, episodi di reazioni allergiche cutanee e disturbi gastrointestinali di gravità trascurabile e transitori, quali nausea, diarrea e dolore gastrico. Da segnalare anche le possibili interferenze con terapie ormonali e per sommatoria d’azione con finasteride e dutasteride (molto utilizzati nel trattamento dell’alopecia androgenetica e dell’ipertrofia prostatica). In ogni caso, prima dell’assunzione di estratti di radice d’ortica, è necessario il controllo medico.

Al vertice della piramide dei migliori integratori naturali sicuri e privi di agenti nocivi alla salute interna ed esterna del corpo c’è l’ortica. Di questa pianta, in fitoterapia, si utilizzano sia le radici sia le foglie. Queste ultime vengono raccolte a primavera inoltrata e all’inizio della stagione estiva, prima che sia completato il processo di fioritura.

I costituenti principali delle foglie sono clorofilla, sostanze vasoattive e proinfiammatorie (come serotonina, istamina, acetilcolina…), flavonoidi (tra cui rutina, isoquercitrina, canferolo e isoramnetina) olio essenziale (soprattutto chetoni), vitamine (in particolare la C, ma anche A, B1, B2, B6, D e K), proteine, fibre, sali di calcio e di potassio, acido silicico e acido formico. I costituenti principali delle radici sono invece steroli (beta-sitosterolo, stigmasterolo, campesterolo…), lectine, polisaccaridi idrosolubili (glucani, glucogalatturonani, arabinogalatani acidici), idrossicumarini, lignani e ceramidi.

Si assumono attraverso tisane e infusi, anche se in commercio ci sono molti validi prodotti in compresse e in gocce (tintura madre). Siccome le radici vengono usate anche per l’ipertrofia prostatica, va evidenziato che la “droga” di interesse urologico è costituita dai rizomi e dalle radici essiccate, che si caratterizzano per la presenza di fitosteroli (daucosterolo e relativi glucosidi) e scopoletina. Discreta anche la presenza di tannini, lecitine, sali minerali, fenilpropani e lignani.

L’estratto metanolico di ortica è generalmente ben tollerato. Sono stati riferiti rarissimi casi di effetti collaterali come iperidrosi, episodi di reazioni allergiche cutanee e disturbi gastrointestinali di gravità trascurabile e transitori, quali nausea, diarrea e dolore gastrico. Da segnalare anche le possibili interferenze con terapie ormonali e per sommatoria d’azione con finasteride e dutasteride (molto utilizzati nel trattamento dell’alopecia androgenetica e dell’ipertrofia prostatica). In ogni caso, prima dell’assunzione di estratti di radice d’ortica, è necessario il controllo medico.

Ma cosa cura l’ortica? Pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle urticacee, l’ortica è diffusa in tutto il mondo, in particolare nell’America del Nord e in Europa. Predilige zone umide e ha un’altezza variabile dai 50 ai 150 centimetri. La sua caratteristica più nota è l’effetto urticante dei peli che ricoprono le foglie e i fusti. L’utilizzo fitoterapico delle radici di ortica è, purtroppo, limitato al trattamento di patologie relative all’apparato urinario. Purtroppo, nel senso che non è sfruttata al meglio. Le indicazioni principali sono le cistiti, l’iperplasia prostatica benigna (trattamento dei sintomi), disturbi della minzione, prostatite e sindrome della vescica irritabile.

Le applicazioni fitoterapiche dell’ortica

Il ventaglio delle applicazioni fitoterapiche relative alle foglie è molto più esteso: tra le più comuni ricordo la bronchite asmatica, anemia, la cistite, la cistorrea, la diarrea, la colite, gli eczemi, l’epistassi, le eruzioni cutanee e le malattie della pelle in generale, l’osteoartrite, la rinite allergica e la gotta. Serve a purificare la pelle, rinforzare unghie e capelli, abbassare i livelli di glicemia, contrastare l’anemia. E ancora, è un ottimo antiossidante, rallenta le emorragie, accelera il metabolismo, è un ottimo antinfiammatorio.

Inoltre, l’ortica è anche un ottimo diuretico. Grazie all’effetto antinfiammatorio dello zinco, il fusto e le foglie dell’ortica, esercitano una valida azione benefica nella cura dell’acne e di molte irritazioni cutanee come l’eczema, anche infantile, o l’eczema nervoso. La presenza di discrete quantità di minerali tra cui il magnesio e il silicio, conferisce ai preparati di ortica, derivanti dal fusto e dalle foglie, un efficace potere remineralizzante utile per curare persone che soffrono di artrosi, reumatismi o di dolori articolari dovuti alle cartilagini consumate.

Per questa ragione è consigliabile inoltre utilizzare l’ortica anche prima e durante la menopausa, periodo in cui le donne vanno incontro ad un indebolimento osseo e cartilagineo in generale. Da non sottovalutare anche la presenza di una buona quantità di ferro che può sicuramente aiutare chi soffre di carenza di questo indispensabile minerale, in particolare per esempio donne in gravidanza o madri che allattano. In generale i prodotti derivati dal fusto e dalle foglie dell’ortica hanno un potere tonico ed antiastenico abbastanza forte.

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Mi è stato detto più volte che vado contro corrente. E infatti è vero, un po’ come i salmoni “risalgo la corrente. Anzichè consigliare cinquanta integratori chimici costosi e di solito poco efficaci, propongo un’erba che non presenta effetto di inversione perché non ha effetti simil-farmacologici ma solo nutrizionali e quindi non presenta effetti collaterali di alcun tipo. E’ abbondante e praticamente a costo zero se uno ha voglia di andarsela a raccogliere. Eh sì, l’ortica, la mia “amichetta” dell’infanzia che faceva venire le bolle è proprio un’erba straordinaria.

Anche i movimenti naturalistici di solito non la conoscono, e nessuno di noi conosce le sue straordinarie proprietà, di solito si consigliano erbe asiatiche o esotiche come ginseng, ginkgo biloba & co, mentre basta fare una semplice gita fuori porta e trovare “un’erba tuttofare” con valori nutrizionali straordinari perché il tasso di proteine è il più alto riscontrabile in un vegetale, e contiene diciotto dei venti amminoacidi e tutti gli otto essenziali. Contiene ovviamente la clorofilla che ossigena, disintossica e favorisce il nostro equilibrio acido-base. E’ ricca di molte vitamine come la C in quantità maggiore di sei volte quella dell’arancia, vitamine del gruppo B, A ,E, K.

Sono presenti tutti i minerali più utili al nostro organismo con il ferro contenuto in quantità doppia rispetto alla carne di manzo e facilmente assimilibile anche grazie alla vitamina C, e il Calcio in quantità di quattro volte quanto contenuto nello yogurt. Contiene i flavonoidi, potenti antiossidanti, la glucochinina, sostanza che abbassa la glicemia, e la secretina, ormone che stimola l’apparato digerente in toto”. Insomma, le erbe che ci aiutano a stare bene esistono e sono dei veri concentrati di sostanze necessarie per il nostro organismo, l’ortica ne è l’esempio più lampante, spetta solo a noi decidere se raccoglierle e usarle per il nostro benessere o continuare a guardarle con la dovuta ignoranza.

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Vitamine B, D e folati: ecco tutto quello che serve sapere

L’acido folico è una forma sintetica del folato, semplice e facilmente assorbita. Nei primi anni Novanta venne dimostrato chiaramente che le donne che assumevano integratori a base di acido folico intorno alla data del concepimento avevano un rischio più che dimezzato di avere bambini con difetti del tubo neurale come la spina bifida.

I folati sono una vitamina B e devono essere consumati quotidianamente. Il dibattito in corso sull’opportunità o meno di fortificare gli alimenti di base con acido folico ha portato gli scienziati a ricercare altre strategie per migliorare la situazione dei folati negli Europei.

Il folato è necessario nella sintesi, nella riparazione e nel funzionamento del dna e dell’rna, i principali mattoni della vita. Perciò il folato è necessario per la produzione e il mantenimento delle nuove cellule ed è particolarmente importante nei periodi di rapida crescita come l’infanzia e la gravidanza. Sia gli adulti che i bambini hanno bisogno dei folati per produrre normali globuli rossi e per prevenire l’anemia.

Una carenza marginale di folati è anche legata all’aumento dei livelli dell’aminoacido omocisteina nel sangue, che è un fattore di rischio emergente per le malattie cardiovascolari e l’ictus. Poiché il folato previene i danni al dna, si pensa che potrebbe prevenire alcuni tipi di cancro, in particolare il cancro al colon.

La razione quotidiana di folati raccomandata per gli adulti è di 200 microgrammi. Le fonti alimentari includono il succo d’arancia, le verdure a foglia verde scuro, le arachidi, i fagioli, le leguminose e le frattaglie. Per evitare la carenza marginale di folati è buona norma consumare almeno 5 porzioni di frutta e verdura al giorno.

L’acido folico è una forma sintetica del folato, semplice e facilmente assorbita. Nei primi anni Novanta venne dimostrato chiaramente che le donne che assumevano integratori a base di acido folico intorno alla data del concepimento avevano un rischio più che dimezzato di avere bambini con difetti del tubo neurale come la spina bifida.

Furono lanciate in tutta Europa una serie di campagne per la salute pubblica per incoraggiare le donne in età fertile ad aumentare decisamente il loro consumo di cibi ricchi di folati e ad assumere integratori a base di acido folico (400 microgrammi al giorno).

Tuttavia queste campagne ebbero scarso successo, anche perché le donne tendono a modificare la propria alimentazione soltanto dopo aver saputo di essere incinte, quindi alcune settimane dopo il concepimento. A questo punto è già troppo tardi. Una strategia alternativa è la fortificazione degli alimenti di base, come la farina, con acido folico.

In questo modo tutte le donne in età fertile riceverebbero un apporto adeguato di acido folico, così come tutte le persone a rischio di malattie cardiovascolari. Tuttavia questa strategia non è stata adottata in Europa, soprattutto per la preoccupazione che alte dosi di acido folico potrebbero non essere vantaggiose per tutta la popolazione.

In particolare, l’acido folico può mascherare i sintomi di anemia associata alla carenza di vitamina B12 e i conseguenti cambiamenti nel sistema nervoso che possono portare a danni permanenti ai nervi. Gli integratori a base di acido folico possono anche interferire con alcuni trattamenti per combattere i tumori.

Quindi gli scienziati stanno cercando altri modi per aumentare l’assunzione di folati. Per il Folate FuncHealth Team, finanziato dall’Unione Europea, un’area di particolare interesse è l’aumento del consumo di folati presenti naturalmente nei cibi. Queste sono alcune delle conclusioni a cui si è giunti:

Il livello di folati negli alimenti fermentati come pane, birra e vino possono essere aumentati scegliendo ceppi di lieviti ricchi di folati.

Altri agenti microbici della fermentazione, come i batteri omolattici, sintetizzano anch’essi i folati. La corretta scelta della coltura di partenza può portare ad aumentare di 20 volte il contenuto di folato di latticini fermentati come il formaggio e lo yogurt.

Il contenuto di folati in cibi confezionati come zuppe e succhi di frutta può essere migliorato scegliendo le varietà di frutti e verdure più ricche di folati e utilizzando tecniche di processazione più leggere che causino una minore perdita di folati.

I folati si concentrano nella parte esterna dei chicchi dei cereali, quindi usando tecniche di macinazione che mantengano questa parte ricca di folati si possono aumentare i livelli di folati nella farina.

Ecco tutto quello che utile sapere sui folati

Si stima che il miglioramento delle tecniche di processazione del cibo e la scelta selettiva di ingredienti molto più ricchi di folati potrebbe raddoppiare la nostra attuale assunzione di folati, ma non è ancora abbastanza. Il dottor Paul Finglas dell’Uk Institute of Food Research, coordinatore del progetto FoodFuncHealth, sostiene che ‘è difficile consumare abbastanza folato naturale da una dieta bilanciata per preservarci da malattie croniche come il cancro e le malattie cardiovascolari. Qualche forma di fortificazione a basso livello o di integrazione mirata sarà comunque necessaria’.

Una panoramica completa delle raccomandazioni basate sui risultati del progetto FoodFuncHealth verranno pubblicati a breve, dopodichè saranno disponibili per la consultazione sul sito internet. La percentuale di persone anziane in Europa è attualmente di circa il 20% ed è previsto un incremento fino al 25% entro il 2020.

I cambiamenti demografici più significativi si hanno nel gruppo d’età più avanzata (80 e più anni). Un certo numero di fattori, inclusa la nutrizione, ha contribuito a questo aumento nell’aspettativa di vita. Questo fenomeno globale ha generato un rinnovato interesse nei processi d’invecchiamento da parte dei ricercatori e dei decisori a livello politico ed industriale.

Nel novembre 2004, un gruppo di lavoro di scienziati della Commissione Europea ha condiviso i dati sullo stato d’avanzamento delle ricerche relative a nutrizione ed invecchiamento, al fine di trarne insegnamenti per la protezione della salute ed identificare le priorità per il futuro.

La nutrizione e l’invecchiamento hanno rappresentato una priorità nel Quinto Programma Quadro dell’Unione Europea, che ha finanziato dieci progetti di ricerca in quest’area. Fra questi, alcuni degli argomenti riguardavano: la dieta e la prevenzione delle malattie dovute al morbo di Alzheimer (lipidiet); gli alimenti funzionali per la popolazione più anziana (crownalife) o la vitamina D e la salute delle ossa (optiford).

Il semplice fatto che la popolazione viva più a lungo favorisce la prevalenza dell’osteoporosi. L’osteoporosi è una malattia caratterizzata da una riduzione della massa ossea e dal deterioramento del tessuto osseo. Ciò porta ad una maggior fragilità delle ossa e ad un aumento del rischio di fratture, specialmente dell’anca, della spina dorsale e del polso.

In una popolazione che invecchia parecchi fattori contribuiscono al rischio di osteoporosi, tra cui le diete povere di nutrienti, l’incapacità dell’organismo di adattarsi pienamente allo scarso apporto di calcio, limitate attività fisica ed esposizione alla luce solare, oltre a bassi livelli o all’assenza d’ormoni sessuali sia femminili che maschili.

Sebbene l’osteoporosi sia meno comune negli uomini che nelle donne, anche gli uomini possono essere ad elevato rischio di questa malattia. Una conseguenza di ciò è che gli uomini sono spesso ignari delle misure preventive da adottare per proteggersi contro la malattia.

L’inadeguato apporto di calcio nell’alimentazione rappresenta un fattore dietetico noto nello sviluppo dell’osteoporosi, ma anche il deficit cronico di vitamina D svolge un suo ruolo. Con un insufficiente apporto di vitamina D la capacità dell’organismo nell’utilizzo del calcio è compromessa, contribuendo quindi allo sviluppo dell’osteoporosi.

A proposito della vitamina D, non dimentichiamo che…

La vitamina D è una vitamina liposolubile, essenziale per mantenere la salute delle ossa. Essa facilita l’efficiente utilizzazione del calcio da parte dell’organismo. Il calcio, a sua volta, è essenziale per il normale funzionamento del sistema nervoso, per lo sviluppo delle ossa ed il mantenimento della loro densità. La vitamina D si ottiene dalla luce solare e da certi alimenti. L’esposizione alla luce solare (i fotoni dell’ultravioletto B uvb) ne rappresenta la fonte primaria.

Tuttavia, ci sono dei fattori che limitano l’utilizzazione degli uvb nella sintesi della vitamina D a livello della pelle, tra cui la stagionalità, le località, il periodo del giorno, lo smog e l’età. Per esempio, le popolazioni che vivono negli emisferi settentrionali o meridionali (a 40 gradi di latitudine nord o sud) non sono esposte a sufficienza ai raggi uvb durante i mesi invernali per consentire la formazione della vitamina D. Con l’età, la capacità dell’organismo di sintetizzare la vitamina D grazie all’esposizione al sole diminuisce significativamente.

La vitamina D si trova naturalmente in alcuni alimenti: le fonti migliori sono i pesci grassi come i salmoni, gli sgombri e le sardine. La vitamina D si trova inoltre in un limitato numero di alimenti arricchiti artificialmente. In alcune nazioni europee si arricchiscono la margarina o i prodotti a base di cereali.

La finalità del gruppo di ricerca optiford, formato da ricercatori di cinque Paesi europei, è quello di migliorare la disponibilità di vitamina D in grandi gruppi della popolazione europea, come quello degli anziani. Il loro obiettivo è di ridurre l’osteoporosi attraverso un migliore apporto di vitamina D nella dieta.

Il progetto sta studiando se l’arricchimento del pane con la vitamina D sia una strategia realizzabile, al fine di rimediare all’insufficiente apporto di vitamina D in grandi gruppi della popolazione in Europa (per esempio gli anziani) e di determinare a quale livello tale arricchimento dovrebbe essere portato.

Un esito importante è quello di rafforzare le basi scientifiche per le raccomandazioni sulla vitamina D come nutriente. I risultati preliminari indicano che questo potrebbe essere fattibile. Da dove assumiamo le vitamine e i minerali? Gli integratori alimentari e gli alimenti fortificati sono sempre più utilizzati dai consumatori e occupano uno spazio sempre crescente sugli scaffali dei negozi di alimenti salutistici, delle farmacie e dei supermercati.

Ma che cosa sono esattamente gli integratori alimentari e gli alimenti fortificati e a che cosa servono? In uno stile di vita sempre più frenetico, dove il tempo da dedicare ai pasti scende nella lista delle priorità, la domanda e l’utilizzo di integratori alimentari aumentano. Gli integratori alimentari sono fonti concentrate di nutrienti o altre sostanze con qualità nutrizionali o fisiologiche. Li si assume per integrare i nutrienti forniti dalla normale dieta.

Sono disponibili in pratici formati: compresse, tavolette, capsule o liquidi, in dosi specifiche. Fino a poco tempo fa, gli integratori alimentari erano soggetti a leggi diverse nei vari paesi dell’Unione Europea. Dal 31 luglio 2003, invece, gli Stati Membri sono tenuti a rispettare una direttiva europea che specifica l’elenco delle vitamine e dei minerali che possono essere utilizzati per produrre integratori e ne precisa la forma. Questa disposizione autorizza la Commissione Europea a limitare la quantità di vitamine e minerali contenuti negli integratori e armonizza le norme in materia di etichettatura.

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Integratori alimentari e alimenti fortificati

Uno dei principali obiettivi della legislazione europea sugli integratori alimentari è creare un mercato europeo comune per questi prodotti. Questo significa che i produttori lavoreranno a parità di condizioni e che i consumatori avranno quindi la garanzia di prodotti comparabili in qualsiasi parte d’Europa li acquistino.

Prodotti comparabili significa anche etichettatura comparabile. La legislazione europea prevede che tutti i produttori dichiarino sulle etichette che un determinato prodotto è un “integratore alimentare”, indichino le categorie di nutrienti che contiene (es. vitamine, minerali), la dose quotidiana raccomandata e un avvertimento a non superare tale quantità.

Le confezioni non devono dichiarare che gli integratori alimentari possono essere utilizzati per sostituire una dieta sana e bilanciata, né sostenere di poter trattare o curare alcuna malattia. Le etichette devono anche indicare chiaramente che questi prodotti devono essere tenuti fuori dalla portata dei bambini piccoli.

Se gli integratori alimentari possono costituire un modo pratico per integrare nutrienti che possono mancare nella dieta, queste sostanze non devono essere l’unica fonte supplementare di vitamine e minerali. Un altro mercato in espansione è quello degli alimenti fortificati.

Gli alimenti fortificati sono prodotti alimentari a cui sono stati aggiunti nutrienti integrativi. Le ragioni di queste aggiunte possono essere diverse: ad esempio per ripristinare i nutrienti persi durante i processi di produzione, lavorazione e immagazzinamento del prodotto, per fornire ad alimenti sostitutivi di altri alimenti un valore nutritivo simile (per esempio l’aggiunta alla margarina di vitamine presenti nel burro) oppure per arricchire alimenti che già contengono, o non contengono all’origine, determinati nutrienti.

Come per gli integratori, l’Unione Europea sta elaborando una normativa per armonizzare i requisiti degli alimenti fortificati. Oltre ad elencare le vitamine e i minerali che possono essere aggiunti ai cibi, si prevede che la legislazione regolamenti gli alimenti a cui possono essere aggiunti.

Poiché i consumatori possono percepire i prodotti che riportano questo tipo di dicitura come alimenti “buoni”, il legislatore ritiene necessario limitare l’uso di queste indicazioni su alcuni alimenti sulla base del loro profilo nutrizionale. La legislazione europea definisce i prodotti medicinali come sostanze per la cura o la prevenzione delle malattie dell’uomo. Le medicine sono sostanze rigorosamente regolamentate e spesso possono essere ottenute soltanto con la prescrizione di un medico.

Tuttavia, gli alimenti fortificati e gli integratori non possono essere proposti per il trattamento o la cura delle malattie. Gli integratori alimentari e gli alimenti fortificati sono un modo per porre rimedio all’assunzione insufficiente di determinati nutrienti dall’alimentazione. Questa carenza può risultare da una serie di fattori, per esempio, di tipo dietetico, sociale, culturale ed estetico.

Secondo David Byrne, Commissario UE per la Salute e la Tutela dei Consumatori, ‘dobbiamo essere chiari sul fatto che una dieta varia rimane la migliore soluzione per un corretto sviluppo e per una vita sana. Gli integratori alimentari servono principalmente a compensare l’assunzione inadeguata di nutrienti essenziali in determinate persone o in specifici gruppi di popolazione, o, in alcuni casi, per incrementare l’assunzione di tali nutrienti. Le etichette riportate su questi prodotti devono fornire ai consumatori informazioni adeguate e chiare sul modo di usarli e di non usarli’.

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Con la naturopatia combatti i malanni della stagione invernale

Un’alimentazione equilibrata, garantendo l’assunzione regolare di queste vitamine e minerali può contribuire in generale a proteggere la popolazione dalle infezioni e combattere i malanni. Non sono soltanto le vitamine e i minerali ad avere un ruolo potenzialmente protettivo nei confronti delle infezioni. Da tempo si vantano i benefici dell’aglio, che avrebbe effetti antivirali probabilmente dovuti ad un suo costituente naturale.

Trascorrere l’inverno senza neanche un raffreddore è un’impresa davvero ardua, perché difficile è combattere i malanni della stagione invernale, ma non con la naturopatia. O meglio, così si pensa. Tuttavia una dieta sana può rafforzare il sistema immunitario e mettere il nostro corpo nelle condizioni migliori per lottare contro il raffreddore e l’influenza, come cominciano ad indicare anche alcune ricerche scientifiche.

Attualmente l’unico trattamento specifico che il nostro medico ci può offrire per influenza e raffreddore è quello mirato a ridurre i sintomi quali mal di gola, naso gocciolante e intasato, tosse, starnuti e insonnia. Dunque, come combattere i malanni invernali?

Non si danno quasi mai consigli relativi alla dieta, semplicemente perché non esistono sufficienti prove scientifiche del fatto che quello che mangiamo abbia molto effetto sulla malattia, una volta che il virus ci ha fatto ammalare. Un’eccezione a questa evidenza riguarda l’aumento di assunzione della vitamina C.

Anche se si tratta di ricerche solo preliminari, i risultati dimostrerebbero qualche beneficio nei pazienti a cui vengono somministrate, non appena compaiono i sintomi influenzali, alte dosi di vitamina C e di magnesio. E’ stato osservato che in alcune persone l’assunzione di 500-1000 mg di vitamina C al giorno contribuisce a diminuire l’entità e la durata di un raffreddore. Quindi, la vitamina C aiuta a combattere i malanni.

I ricercatori ipotizzano che questi effetti siano dovuti al fatto che la vitamina C nel sangue aumenterebbe i livelli di interferone, proteggendo in questo modo le cellule dagli attacchi dei virus. L’assunzione di vitamina C può essere facilmente aumentata attraverso il consumo di cibi e bevande come agrumi, interi o spremuti, kiwi, patate dolci, peperoni, ribes nero, vegetali a foglia verde scura.

Bisogna inoltre considerare, per combattere i malanni invernali, gli integratori di vitamina C. Altri studi indicano che prevenire è meglio che curare. Gli scienziati hanno verificato che persone anziane trattate per un lungo periodo con integratori multivitaminici (contenenti, tra l’altro, 20 mg di zinco, 100 microgrammi di selenio, 15 mg di vitamina E e 6 mg di betacarotene) contraevano un minor numero di infezioni respiratorie.

Un’alimentazione equilibrata, garantendo l’assunzione regolare di queste vitamine e minerali può contribuire in generale a proteggere la popolazione dalle infezioni e combattere i malanni. Non sono soltanto le vitamine e i minerali ad avere un ruolo potenzialmente protettivo nei confronti delle infezioni. Da tempo si vantano i benefici dell’aglio, che avrebbe effetti antivirali probabilmente dovuti ad un suo costituente naturale.

Anche gli estratti di echinacea (il fiordaliso viola), in gocce o in forma di caramelle, sono apprezzati per le proprietà antivirali. Altre piante aromatiche e spezie che alleviano i sintomi del raffreddore sono le cipolle (avrebbero attività decongestionante), il peperoncino (stimola la sudorazione), il basilico (sembra allevi il mal di testa), il garofano e lo zenzero (avrebbero un’azione espettorante).

Malanni: gli effetti negativi dello stress

Accanto agli effetti benefici di certi cibi esistono anche gli effetti negativi dello stress che potrebbe impoverire il nostro organismo proprio di alcune delle vitamine e dei minerali di cui abbiamo visto l’importanza nella lotta contro i raffreddori e l’influenza.

Pertanto una vita sregolata e stressante ci esporrebbe maggiormente al rischio di ammalarci. In conclusione, per combattere i malanni invernali è molto importante associare fra di loro una giusta alimentazione, ricca di frutta e verdura, l’assunzione di una quantità adeguata di liquidi e una combinazione equilibrata di attività fisica e riposo per poter affrontare al meglio i malanni della stagione invernale (e non solo di questa).

Il riso geneticamente modificato è ricco di ferro e vitamina A. I ricercatori sono riusciti a creare varietà di riso modificato geneticamente con un alto contenuto di vitamina A e ferro. Una volta che avranno ottenuto l’autorizzazione all’utilizzo, queste varietà saranno liberamente a disposizione dei coltivatori, anche a livello locale.

In particolare, nei Paesi sottosviluppati, dove il riso è spesso l’alimento base, la deficienza di ferro e vitamina A è una della cause degli alti livelli di mortalità e infermità tra le donne e i bambini. Livelli maggiori di questi micronutrienti nel riso possono contribuire a diminuire la quantità di malattie collegate a queste carenze e anche a combattere i malanni.

Questa ricerca è stata condotta da un gruppo di lavoro guidato dal professore Ingo Potrykus, dello Swiss Federal Institute of Technology di Zurigo, in collaborazione con un gruppo guidato dal dottor Peter Beyer, della University of Freiburgi Breisgau in Germania.

Queste qualità positive saranno introdotte a livello locale in molte altre varietà di riso presso l’Istituto Internazionale per la Ricerca sul Riso nelle Filippine, e saranno in questo modo liberamente disponibili per i coltivatori del luogo. I chicchi di riso tradizionale contengono una sostanza (l’acido fitico) che può ostacolare l’assorbimento del ferro da parte del nostro sistema digerente. Oltre a ciò un precursore essenziale per la vitamina A, il betacarotene, è contenuto solo dalla parte verde della pianta del riso ed è assente dal chicco.

Questo è il motivo per cui sono così diffuse l’anemia e la carenza di vitamina A nei paesi in cui il riso è l’alimento principale. I bambini piccoli, che si nutrono prevalentemente di riso, sono i più predisposti alle malattie collegate a queste carenze. L’anemia causata da mancanza di ferro è considerata la sindrome da carenza più diffusa nel mondo. Secondo le stime dell’Unicef, 3,7 miliardi di persone hanno carenze di ferro. Nei paesi sottosviluppati, il 40-50 per cento dei bambini sotto i cinque anni e più del 50 per cento delle donne incinte hanno carenze di ferro. La carenza di vitamina A colpisce invece più di 100 milioni di bambini in età prescolare nonché milioni di donne in gravidanza.

Stagione invernale: pieno di vitamina A

La vitamina A è essenziale per il funzionamento del sistema immunitario ed è responsabile della protezione delle membrane cellulari. La carenza di vitamina A aumenta i rischi di infezioni, la cecità notturna, e, nei casi più gravi, provoca cecità totale. Ogni anno, più di un milione di bambini muore a causa della carenza di vitamina A.

Fino ad oggi, si potevano curare solo parzialmente gli effetti di questa carenza tramite l’assunzione di alimenti arricchiti con vitamine e minerali. Presso l’Eth di Zurigo è stato modificato un gene del riso e ne sono stati introdotti altri due nel patrimonio genetico della pianta, provenienti dai fagioli verdi e da uno specifico microrganismo. Il risultato è stato il raddoppio del contenuto di ferro. Dunque, anche la vitamina A aiuta a combattere i malanni.

Inoltre, l’acido fitico può essere rimosso completamente dal chicco di riso con la cottura, migliorando quindi l’assorbimento intestinale del ferro. Ciò non sarebbe possibile con il riso tradizionale. Grazie all’introduzione di altri due geni, il precursore della vitamina A (il beta-carotene) non è eliminato durante la lavorazione del riso.

Alcune varietà modificate geneticamente contengono abbastanza provitamina A per soddisfare il fabbisogno giornaliero di vitamina A con 300g di riso bollito. Deficienza di ferro: la carenza alimentare più comune. Il ferro è un nutriente essenziale. Nella nostra dieta le carni rosse ne sono la fonte principale ed è presente anche nel pesce grasso, nella carne scura di pollo e tacchino, nelle noci, nei semi, nella frutta secca, negli ortaggi verdi nei cereali arricchiti della prima colazione.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che 600-700 milioni di persone al mondo hanno carenze di ferro, rendendo questo il più diffuso problema nutrizionale, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Mentre in alcuni di questi paesi, le perdite di sangue (per esempio causate da infezioni di Anchilostoma) possono essere la causa principale di questa carenza, in Europa occidentale la mancanza di ferro è di solito il risultato di una dieta quotidiana con uno scarso apporto di questo minerale.

Gli effetti di un insufficiente apporto di ferro sono di vasta portata. Il ferro è essenziale per il corretto funzionamento dell’emoglobina (il pigmento rosso del sangue), responsabile del trasporto di ossigeno a tutte le cellule dell’organismo.

I primi sintomi della carenza di ferro sono stanchezza e spossatezza. Le donne e le adolescenti che mangiano poca carne, pollo e pesce o che diventano completamente vegetariane rischiano maggiormente di esaurire le riserve di ferro e subire gli effetti di questa deficienza.

Mentre si stima che circa l’8% delle donne occidentali sia carente di ferro, il dottor Mike Nelson, nutrizionista del King’s College presso la London University, è convinto che il 10-20 per cento delle adolescenti siano affette da questa deficienza. Sebbene queste ragazze sembrino in buona salute, un basso livello di ferro influisce in modo molto negativo su alcune azioni quotidiane come la capacità di concentrarsi e, di conseguenza, il rendimento scolastico.

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La carenza di ferro nei malanni di stagione

‘In base a test da noi effettuati – dice il dottor Nelson – risulta che la differenza di quoziente d’intelligenza tra le ragazze inglesi che assumono sufficienti quantità di ferro e quelle anemiche si manifesta in un punto di distacco negli esami scolastici. Le ragazze a dieta e quelle che stanno diventando vegetariane sono particolarmente a rischio. I neo-vegetariani devono stare attenti in particolare durante il primo anno, perché spesso eliminano la carne dalla dieta senza sapere con quali tipi di alimenti possono introdurre ferro. Le donne e le ragazze a dieta o vegetariane dovrebbero prendere in considerazione il fatto di dover assumere alimenti arricchiti di ferro o degli integratori’.

E’ ormai accertato che le carenze di ferro riducono la funzionalità del cervello, peggiorando la memoria e la capacità di apprendimento. Potrebbe dunque essere molto importante aumentare l’apporto di ferro per tutte le persone, i più giovani come gli adulti, che rischiano di non introdurne abbastanza tramite la dieta.

Non è solo il cervello a soffrire per le carenze di ferro, anche le donne incinte e gli anziani dovrebbero stare attenti. Se durante la gravidanza le riserve sono basse, la richiesta supplementare di ferro dovuta alla rapida crescita del bambino durante gli ultimi sei mesi di gestazione, potrebbe determinare uno stato di carenza potenzialmente in grado di rallentare la crescita cerebrale del bambino.

Lo stato di carenza nelle persone anziane può essere determinato sia da diete povere sia da una ridotta capacità di assorbimento di ferro da parte del canale digerente. Qualunque sia l’età o il sesso la carenza di ferro, nel lungo periodo, determina un abbassamento della soglia del dolore, interferisce nel meccanismo che controlla la temperatura corporea, fa aumentare la caduta dei capelli e diminuisce l’efficienza del sistema immunitario, rendendo più vulnerabili alle infezioni.

E’ dunque evidente che sono molti i motivi per cui bisogna avere un occhio di riguardo sulla quantità di ferro assunta quotidianamente. Sentirsi costantemente stanchi ed essere pallidi potrebbero essere sintomi di una dieta povera di ferro e di uno stato di carenza.

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Olio di cocco nella dieta: gli usi, i benefici e le proprietà

Per quel che riguarda l’uso alimentare esistono ancora due “fazioni” opposte. Chi lo sconsiglia in quanto ricco di grassi saturi – come burro, tuorlo d’uovo e grassi animali – che andrebbero ad aumentare il colesterolo “cattivo” e chi invece lo promuove in quanto si tratta di grassi non sempre nocivi come sono i grassi trans, ovvero molecole di grasso che sono state trasformate (come gli oli vegetali che diventano margarina).

C’è chi ancora guarda con diffidenza l’olio di cocco, altrimenti non mi sarebbe toccato scrivere questo approfondimento. L’olio di cocco è un altro super alimento. In Asia, in India, ma anche in Polinesia, viene usato da secoli come alimento e come medicina: fa parte integrante dell’alimentazione e si crede possa spiegare la bassa incidenza di malattie cardiache, tumori e altre malattie di tipo cronico e degenerativo della popolazione locale.

Da cosa è composto? Questo particolare olio contiene circa il novanta per cento di acidi grassi saturi, simili ai grassi contenuti nei prodotti animali, tanto che molte organizzazioni sanitarie come l’Organizzazione mondiale della sanità, l’americana Food and Drugs Administration e la britannica National Health Servicene ne sconsigliano il consumo in grandi quantità. L’ideale è consumare l’olio di cocco solo saltuariamente, magari per la produzione occasionale di dolci ma mai come olio di frittura.

Altrettanto va detto sul fatto che l’olio di cocco era considerato, fino a pochi anni fa, almeno in Occidente, un concentrato di grassi potenzialmente pericolosi per la salute cardiovascolare. Adesso, invece, questo prodotto ha visto aumentare la sua popolarità in seguito ad alcune ricerche scientifiche che ne hanno confermato diverse proprietà e possibili utilizzi per la salute e la bellezza. È noto che ci sono almeno cinquanta cose che si possono fare con quest’olio e che più avanti ti descrivo.

Per quel che riguarda l’uso alimentare esistono ancora due “fazioni” opposte. Chi lo sconsiglia in quanto ricco di grassi saturi – come burro, tuorlo d’uovo e grassi animali – che andrebbero ad aumentare il colesterolo “cattivo” e chi invece lo promuove in quanto si tratta di grassi non sempre nocivi come sono i grassi trans, ovvero molecole di grasso che sono state trasformate (come gli oli vegetali che diventano margarina).

Non si può trascurare il fatto che l’olio di cocco sia ricco di acido laurico, sostanza dalle tante proprietà, e che ciò andrebbe a compensare la presenza dei grassi tanto incriminati. Secondo la “difesa” c’è che già nelle culture indigene di tutto il mondo si poteva vedere come il consumo di grassi come quelli presenti nell’olio di cocco fosse in realtà utile alla sopravvivenza stessa. Ovviamente, la nostra società ha uno stile di vita ben diverso: si sta poco all’aria aperta, si è sedentari…

Vitamina A, D ed E nell’olio di cocco: un concentrato

In questo caso più che mai bisogna rifarsi alle linee guida. A proposito, che dicono? Secondo i dettami delle principali società mediche internazionali un adulto sano non deve mangiare più di trenta grammi di grassi saturi al giorno. Una donna sana in media non più di venti. Gli esperti sottolineano però che i grassi sono una parte essenziale di una dieta sana e bilanciata. Quindi vanno mangiati. Anche perché sono fondamentali per assorbire le vitamine A, D ed E.

Innanzitutto si tratta di un prodotto molto calorico con circa 850 calorie ogni 100 grammi e anche se naturale e di origine vegetale, presenta altissime concentrazioni di grassi saturi e dunque andrebbe consumato con la dovuta moderazione, specialmente da chi soffre di ipercolesterolemia o dislipidemia in genere. Importante poi acquistarlo di buona qualità, provenienza biologica ma soprattutto spremuto a freddo in modo che si conservino tutte le proprietà.

Quale prediligere? Quello vergine è meno raffinato e quindi più ricco di antiossidanti rispetto a quello sottoposto a raffinazione. È anche di migliore qualità perché prodotto a partire dalla noce di cocco fresca. Il suo gusto e il suo profumo sono più marcati. Invece, l’olio di cocco raffinato è estratto dalla copra, cioè dalla noce di cocco seccata al sole, affumicata o scaldata al forno. L’olio a base di copra è sottoposto a diversi processi di raffinazione. Può essere sbiancato per eliminare le impurità, poi sottoposto a deodorazione con il vapore. Un olio da evitare nell’alimentazione.

Come usarlo nell’alimentazione? Consiglio di usarlo non regolarmente nella cucina. Infatti, uno dei principali vantaggi della cottura con olio di cocco è che ha un punto di fumo – punto in cui gli acidi grassi di un olio iniziano a degradare e si possono formare composti tossici – significativamente più alto rispetto alla maggior parte degli altri oli quasi cento e ottanta gradi, cosa che lo rende adatto anche a preparare fritture. L’olio di cocco si utilizza spesso all’interno di torte vegane o ricette paleo perché si solidifica a temperatura ambiente e mantiene le preparazioni intatte dando loro la giusta consistenza. Ma non solo.

Per rendere più nutriente e ricco il frullato di frutta e verdura si può aggiungere dell’olio di cocco che contribuirà anche a far assorbire meglio le vitamine liposolubili. C’è chi assume un cucchiaino di olio di cocco prima dei pasti principali in modo da aumentare il senso di sazietà. La scienza ha rivelato che i chetoni prodotti quando si consuma olio di cocco possono portare a ridurre l’appetito. Inoltre, è un grasso nutriente per le ghiandole surrenali e la tiroide in grado anche di avere effetti benefici sul bilanciamento degli ormoni.

Tutti gli usi che si possono fare dell’olio di cocco

Conferisce maggiore energia e migliora il metabolismo. I trigliceridi a media catena, contenuti nell’olio di cocco creano un rilascio di energia a lungo termine e aiutano ad aumentare il metabolismo e la perdita di grasso. Gli acidi grassi a catena media non sono memorizzati come grasso nel corpo e sono utilizzati immediatamente dal fegato come fonte di energia. Se non bastasse, tiene a bada gli zuccheri nel sangue, rilasciando i suoi nutrienti lentamente, fornendo una fonte di energia che contribuisce a sostenere i livelli di zucchero nel sangue.

Aumenta la funzione cerebrale: alcuni studi hanno messo in luce alcuni effetti dell’olio di cocco sulla salute del cervello. Si è mostrato utile ad esempio nel trattamento e la prevenzione dell’Alzheimer aiutando concretamente le persone a sentirsi più vigili e, quindi, meno ammalate. Può essere usato contro l’herpes labiale, visto che contiene composti antivirali. Allevia il mal di gola: basta sciogliere un cucchiaino di olio di cocco in acqua calda e limone.

È un importante aiuto per dolori all’orecchio e infezioni. Un rimedio naturale contro dolori all’orecchio e infezioni può essere quello di utilizzare un po’ di olio di cocco bollito con uno spicchio d’aglio. Una volta lasciato raffreddare utilizzare sulla zona infetta. E a proposito di infezioni, si può usare per il trattamento della candida albicans, un lievito parassita che, se cresce a dismisura, ruba energia vitale dal corpo. L’acido laurico dell’olio di cocco aiuta a uccidere la candida. Si rivela anche utile per rafforzare le difese immunitarie.

Prendere olio di cocco durante i pasti può aiutare la digestione dato che lubrifica il tratto digestivo consentendo al cibo digerito di passare molto più facilmente. L’acido laurico contenuto nell’olio di cocco è antiparassitario, antifungino, antibatterico e antivirale e contribuisce a creare un ambiente inospitale per questi microrganismi. È possibile, inoltre, utilizzarlo per guarire più velocemente scottature e ustioni e fornire immediato sollievo a questi problemi.

Così come è raccomandato usarlo per il trattamento delle ulcere, visto che aiuta a ricostruire le pareti intestinali e il suo effetto mucillaginoso facilita il passaggio del cibo nel canale digerente. La combinazione olio di cocco ed estratto di semi di anice è efficace come trattamento antipidocchi. L’olio ha dimostrato di ridurre le infiammazioni, grazie ad un’attività analgesica moderata. Lo stesso studio ha dimostrato che l’olio di cocco è efficace contro la febbre.

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Benefici per l’equilibrio ormonale

Sembra che l’olio di cocco sia un alimento ottimo per avere un giusto equilibrio ormonale, aiuta non solo a regolare tiroide e surrenali ma sono stati dimostrati anche i suoi effetti benefici sul testosterone e la capacità di diminuire l’incidenza di tumore alla prostata. Se pensi che ho finito ti sbagli di grosso. Siamo solo a metà degli usi dell’olio di cocco. Ancora? Esatto. Fin qui abbiamo visto gli usi interni ed esterni per la salute. Ora passiamo alla casa e all’impiego per la bellezza.

Con l’olio di cocco si fanno brillare i mobili in legno e non è tossico. Ma è possibile far brillare anche le scarpe di pelle con un cucchiaino su un panno asciutto da strofinare delicatamente. Come funziona per gli esseri umani colpiti dai pidocchi, funziona anche sugli animali per sbarazzarsi delle fastidiose pulci. Si possono realizzare delle salviette per bambini fai da te utilizzando una metà di un rotolo di carta assorbente o tessuto riutilizzabile da mettere in ammollo con una miscela di acqua calda (un litro), olio di cocco (un cucchiaio) e sapone liquido all’olio d’oliva (un cucchiaio).

Va bene contro gli arrossamenti da pannolino, come olio da massaggio caldo e miscelato a qualche goccia di olio essenziale, contro le verruche, per fare lo scrub per il corpo (miscelato a zucchero e oli essenziali), o come crema idratante naturale. E ancora, è un’ottima protezione solare in grado di bloccare i raggi solare ultravioletti, ma anche un’alternativa ai lubrificanti a base di petrolio. Può essere usato per la salute dei piedi, se applicato sui piedi ogni giorno dopo la doccia. Per avere un effetto più attivo come antifungino si può miscelare a qualche goccia di tea tree oil.

L’olio di cocco va bene se usato come trattamento prima dello shampoo o come balsamo per le labbra, oltre che per il trattamento delle emorroidi nell’alleviare il gonfiore e lenire il dolore. Chi soffre di forfora può provare un trattamento del cuoio capelluto a base di questo olio (un cucchiaino) e olio essenziale di rosmarino (due gocce). Basta massaggiare gli oli combinati sul cuoio capelluto e permettergli di penetrare per tutta la notte. Lavare i capelli come al solito la mattina e ripetere fino a quando il problema scompare. È efficace nel calmare l’infiammazione associata alla rasatura. Gli uomini possono quindi sperimentarlo come dopobarba naturale.

E poi? E poi si può applicare direttamente alle punture di zanzara per aiutare a lenire il prurito e alleviare il gonfiore, è un buon struccante naturali per occhi ed è un possibile trattamento dell’acne. Per la felicità degli uomini che vogliono evitare i prodotti per la rasatura, è possibile provare a utilizzare l’olio di cocco invece della tradizionale schiuma da barba. Fa un buon lavoro contro le smagliature e le cicatrici. E per di più, è abitudine, circa un mese prima del parto massaggiare il perineo con olio di cocco per ammorbidire e preparare la zona, evitando lacerazioni.

L’olio di cocco può essere applicato sulle ciglia prima di dormire se si usa spesso trucco sugli occhi che indebolisce le ciglia, oppure si può optare per un massaggio che aiuta il benessere delle cuticole ma anche delle unghie. Chi soffre di vene varicose deve applicare l’olio ogni giorno per effettuare massaggi delicati in corrispondenza delle vene varicose. È un sistema per trattarle in maniera naturale. Dulcis in fundo, può essere usato anche come antiruggine, per le pentole.

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